| ENZO BETTIZA | |
| La sintesi di un risultato per tanti aspetti inedito e travolgente l’ha data in due colpi precisi un giornale di Berlino: «Guido Westerwelle trionfa, Angela Merkel governa». Lo tsunami Westerwelle, nome che in italiano potremmo tradurre «Onda dell’Occidente», è difatti la novità di punta di un’elezione che assegna al giovanile e spregiudicato leader liberale la medaglia del vincitore reale. Mentre riconferma alla Merkel, togliendo punti ai due partiti democristiani che la spalleggiano, lo scontato bis personale alla Cancelleria e decreta, con la sconfitta di Steinmeier, la catastrofe storica della più antica socialdemocrazia europea. Completa il quadro, estremamente mosso, la notevole ma pur sempre marginale avanzata della Linke di Oskar Lafontaine e Gregor Gysi, figure di testimonianza di una «sinistra delle sinistre» che ha rastrellato voti di protesta fra gli elettori insoddisfatti dell’Ovest e quelli nostalgici dello scomparso Stato assistenziale dell’Est. La vittoria netta di Westerwelle e del suo partito, la Fdp, Freie Demokratische Partei, emarginata per undici anni all’opposizione, ma ora balzata dal 9,8% al 15, ha tanti significati non solo sul piano politico, ma anche su quello del costume e direi perfino dell’estetica politica. Vediamo il liberalismo tedesco occidentale, che dall’epoca di Adenauer e di Erhard fino ai tempi di Brandt e di Kohl aveva esercitato la funzione dirimente dell’ago della bilancia nelle formule di governo, lo vediamo uscire da un mezzo coma e rompere a galoppo su una scena in crisi cavalcato da un personaggio anomalo, che fino all’altroieri veniva dileggiato dagli avversari come una scheggia mondana impazzita o applaudito dai seguaci ipnotizzati come un attore trasgressivo e dissacrante. Lo ricordo nei depressi convegni liberali di fine secolo in Renania. Tentava di rivitalizzare con spericolate battute di spirito il terzo partito germanico in calo di consenso, annunciando alle platee, non so se allibite o fiocamente rallegrate, che la Fdp per rinascere avrebbe dovuto nientemeno che mimetizzarsi in una «Spasspartei»: partito dello spasso e del divertimento. S’attagliavano perfettamente all’annuncio, considerato da molti profanatorio, l’aspetto esibizionistico e il portamento pubblico anticonvenzionale del giovane segretario generale. Nell’omosessuale dichiarato, nei suoi abiti eccentrici e raffinati, nella prestanza ginnica, nelle battute ricalcate sugli aforismi di Wilde, già allora non c’era quasi nulla dell’aplomb severo dei grandi borghesi liberali come il presidente della Repubblica Walter Scheel e il pressoché inamovibile ministro degli Esteri Dietrich Genscher, che certo disdegnavano Wilde e certamente leggevano Max Weber. Definire quindi uomo di destra un imprevedibile picaro della politica postmoderna (così direbbe lui), classificare la sua estroversa entrata nella Piccola Coalizione accanto alla materna Angela come una «svolta a destra» dell’asse politico tedesco, mi sembra alla fin fine improprio. Applicare i soliti cliché di un lessico topografico antiquato a un corridore stravagante, proteiforme e inafferrabile come Westerwelle, appare approssimativo o quantomeno prematuro. Si mescolano, in lui, un radical chic politicamente scorretto, un liberista estremo, un oppositore del fisco punitivo, un fautore dello Stato magro, attentissimo però alla questione dei diritti civili, all’ecologia ragionata, alla libertà individuale, alla protezione perfino esaltata della diversità che egli stesso non occulta e pratica apertamente, a fianco del suo compagno, nella vita privata. Lo si direbbe un miscuglio asimmetrico, radicalizzato alla tedesca, tra il miscredente Zapatero e lo spregiudicato conservatore Cameron. Per qualche altro lato può evocare più il liberalismo radicale di un Pannella che quello tradizionale di Malagodi. Se diverrà vicecancelliere e ministro degli Esteri, su certi argomenti civili, per usare il vecchio vocabolario, potrà scavalcare a sinistra la stessa Merkel, parzialmente contagiata e socialdemocratizzata dal suo ex vice Steinmeier. Oggi appoggiano l’animale di successo la grande industria, le dame da salotto abbienti e influenti, il ceto medio benestante che deplora la tassazione eccessiva subita durante i quattro anni semiassistenzialisti del connubio cristiano-socialista. Ma l’inattesa ondata Westerwelle ha lambito e inghiottito anche il voto di ecologisti urtati dall’incontinenza ideologica dei Verdi, di molti metalmeccanici e perfino di tanti disoccupati delusi dal cerchiobottismo caritatevole della Grande Coalizione. Il sorprendente personaggio ha ribaltato le regole del compromesso storico germanico, che aveva visto fidanzarsi in senso politico, durante la campagna elettorale, la cautissima candidata Merkel e il prudentissimo candidato Steinmeier, non più rivali ma quasi complici navigati e astuti. La punizione reattiva da parte dell’elettorato è stata esemplare e molto mirata. Hanno imbalsamato per una seconda legislatura la Merkel, hanno limato però lo zoccolo duro Cdu-Csu che la sosteneva, hanno inabissato la Spd e scartato il mito o, se vogliamo, il placebo del perfetto bipartitismo di governo. Hanno in definitiva premiato l’outsider imperfetto ma velocissimo che, da domani in poi, dovrà vedersela coi duri fatti di una crisi che continua ad attanagliare e destabilizzare con tre milioni di disoccupati il Paese più importante dell’Unione Europea. | |
Il 3 novembre 2009, la città di New York voterà per eleggere il suo prossimo sindaco. Si mormora che Michael Bloomberg, che ha rivestito questa carica per due mandati consecutivi – ed ha personalmente condotto la battaglia per modificare le leggi comunali affinché potesse candidarsi una terza volta – abbia già la vittoria in tasca.
La figura di Bloomberg, ebreo di origini russo-polacche, imprenditore di successo ed elemento politicamente trasversale (dal Partito Democratico passò nel 2001 al fronte Repubblicano, per registrarsi nel 2007 come indipendente), suscita reazioni contrastanti. Chris Smith, in un affascinante articolo sul New York Magazine, afferma che sono in molti a considerare Bloomberg una delle cose migliori a New York dopo Rudolph Giuliani. Altri accusano l’attuale sindaco di essere un manipolatore senza scrupoli, pronto a piegare i meccanismi democratici alla propria sete di successo ed al tornaconto personale. In realtà l’elettorato newyorchese, inizialmente scettico nei confronti dell’uomo che figura all’ottavo posto tra i più ricchi d’America, ha nel tempo imparato ad apprezzarlo per le sue capacità di governare la città attraverso una sapiente miscela di liberalismo sociale e di conservatorismo.
La stampa e gli intellettuali, per quanto imbarazzati dall’ingente nota spese per la sua campagna elettorale (oltre 72 milioni di dollari, più di cinque volte l’investimento che si è potuto permettere il suo oppositore Bill Thompson) e dal seppur legale colpo di mano che gli ha permesso di ricandidarsi alla poltrona più ambita della città, paiono semplicemente non riuscire ad ascrivere il fenomeno Bloomberg a un altro complotto per controllare la politica statunitense. Dopotutto, è del consiglio comunale, e non di Bloomberg, la responsabilità di aver deliberato il 23 ottobre 2008 l’estensione dell’eventuale permanenza in carica dei suoi membri, da due a tre mandati consecutivi. Anche lo stesso Smith, che palesa un evidente disagio nei confronti dell’attuale sindaco – o meglio, nei confronti della possibilità che un funzionario pubblico disponga di somme di denaro così ingenti da permettergli un margine d’azione potenzialmente illimitato –, concede in più di un’occasione che Bloomberg è in gamba, ha fatto bene. Sorprendentemente bene.
L’analisi di Smith evidenzia peraltro come alcune circostanze hanno giocato a favore dell’attuale sindaco indipendentemente dalle sue capacità, nel decretare il successo delle sue politiche. In primo luogo, a New York i personaggi di potere appartengono solitamente ad ambiti lontani dalla politica; nemmeno i gruppi asiatici, i neri o i latini hanno ancora trovato un leader carismatico intorno al quale convergere. Ciò ha reso l’ascesa di Bloomberg un cammino solitario, senza rivali degni di nota. In secondo luogo, è opportuno notare che a New York, così come all’interno di ogni altra città del mondo, gli equilibri politici ed economici vanno assumendo un carattere sempre più internazionale: una figura come Bloomberg, che in ambito pubblico così come privato sa intrattenere proficue relazioni oltreoceano, si dimostra vincente in quanto capace di andare oltre ai personalismi locali. Infine, a fronte della crisi che ha attanagliato gli Stati Uniti, il suo incredibile patrimonio ha agito in parte da garanzia, in parte da finanziamento a fondo perduto, per i progetti della città: in questo modo New York ha seguitato a crescere, o comunque non ha visto il proprio bilancio interno crollare come molte altre grandi città d’America.
D’altro canto, alcune scelte di Bloomberg si sono rivelate vincenti puramente in virtù del suo intuito politico. Gli investimenti nel settore dell’istruzione e gli aumenti salariali agli insegnanti in tempo di crisi, i cospicui fondi concessi alle grandi charities locali, la progressiva stretta sul controllo delle armi e gli aumenti delle pensioni (seppur in seguito a controlli più stringenti per limitarne gli abusi) hanno garantito al sindaco, se non l’appoggio, quantomeno la non ostilità anche dei gruppi liberal più intransigenti. D’altronde, la collaborazione di fiducia con l’NYPD, gli indubbi incentivi concessi alla piccola e media imprenditoria, le severe norme antidroga ed il proseguimento senza sostanziali modifiche del piano per ridurre la criminalità già voluto da Giuliani hanno soddisfatto anche gli elettori di destra.
In ambito economico, la volontà di porre fine alla pesante dipendenza della città da Wall Street (dipendenza che in realtà Bloomberg non è ancora riuscito a spezzare) ha fatto sì che New York potesse contare su diversi progetti attraverso ai quali rilanciare l’economia per superare le recenti difficoltà dovute alla crisi, puntando su un’immagine della città vivace e attiva dal punto di vista intellettuale, culturale e dell’innovazione. In più, i risparmi conseguiti con l’aumento delle tasse sugli immobili nei periodi di crescita hanno permesso a Bloomberg di risanare il bilancio comunale e disporre di preziose riserve dalle quali attingere in tempi più cupi. Da ultimo, le iniziative volte a migliorare le condizioni di vita dei quartieri più poveri (gli incentivi per l’apertura di negozi e mercati di frutta e verdura locali, ad esempio) hanno contribuito a promuovere un’idea innovativa di welfare che va oltre l’assistenzialismo, investendo piuttosto in programmi concreti che premiano la capacità imprenditoriale su piccola e media scala, cosicché il paese sia chiamato a “prendersi cura di se stesso” – un’idea che, tutto sommato, in America piace a sinistra così come a destra.
Neoconservatorismo, ancora una volta? Certo, gli ingredienti ci sono tutti: la politica estera decisa (Bloomberg ha appoggiato la guerra in Iraq e il Patriot Act), l’approccio del don’t ask, don’t tell sui grandi temi sociali, la mano ferma contro il crimine e tutto ciò che pone in pericolo il fragile equilibrio della collettività, le collaborazioni bipartisan, l’economia mista che favorisce l’imprenditoria ma non esita ad elargire fondi – sempre su base strettamente meritocratica – agli ambiti del sociale che più ne hanno necessità affinché essi possano reggersi sulle proprie gambe. Ciò nonostante, contrariamente ai neoconservatori, Bloomberg non è un intellettuale, uno studioso o un opinionista: è un politico, ed innanzitutto un imprenditore di successo.
Chris Smith lo paragona a Rockefeller, il grande magnate del petrolio e dell’industria statunitense che agli inizi del Novecento impegnò parte del suo denaro in iniziative a favore della comunità, sempre con il proprio indubbio tornaconto in termini di popolarità e di potere, ma con grandi risultati e benefici per la città di New York. Il controllo, o meglio, l’ascendente che il suo denaro gli permise di esercitare – direttamente ed indirettamente – rese Rockefeller una delle personalità più importanti ed influenti della vita pubblica statunitense nella sua epoca.
In realtà, lo stile di Bloomberg ricorda maggiormente il Senatore Democratico Henry Scoop Jackson, padrino politico del neoconservatorismo, che già negli anni Settanta mirò a realizzare insieme a questa persuasione il sogno di una grande Presidenza di centro. Inflessibile in politica estera, audace in economia e attivamente impegnato per la promozione della democrazia oltreconfine, Jackson si era candidato per ben due volte alle presidenziali USA, ma senza successo. Bloomberg si appresta a cimentarsi con il suo terzo mandato di sindaco; tuttavia, l’idea che aspiri alla Casa Bianca – anche come indipendente – non sembra essere nuova, né completamente sgradita, all’establishment di New York .
Alia K. Nardini







