domenica 1 novembre 2009

Westerwelle liberale oltre i cliché

ENZO BETTIZA
La sintesi di un risultato per tanti aspetti inedito e travolgente l’ha data in due colpi precisi un giornale di Berlino: «Guido Westerwelle trionfa, Angela Merkel governa».

Lo tsunami Westerwelle, nome che in italiano potremmo tradurre «Onda dell’Occidente», è difatti la novità di punta di un’elezione che assegna al giovanile e spregiudicato leader liberale la medaglia del vincitore reale.

Mentre riconferma alla Merkel, togliendo punti ai due partiti democristiani che la spalleggiano, lo scontato bis personale alla Cancelleria e decreta, con la sconfitta di Steinmeier, la catastrofe storica della più antica socialdemocrazia europea. Completa il quadro, estremamente mosso, la notevole ma pur sempre marginale avanzata della Linke di Oskar Lafontaine e Gregor Gysi, figure di testimonianza di una «sinistra delle sinistre» che ha rastrellato voti di protesta fra gli elettori insoddisfatti dell’Ovest e quelli nostalgici dello scomparso Stato assistenziale dell’Est.

La vittoria netta di Westerwelle e del suo partito, la Fdp, Freie Demokratische Partei, emarginata per undici anni all’opposizione, ma ora balzata dal 9,8% al 15, ha tanti significati non solo sul piano politico, ma anche su quello del costume e direi perfino dell’estetica politica. Vediamo il liberalismo tedesco occidentale, che dall’epoca di Adenauer e di Erhard fino ai tempi di Brandt e di Kohl aveva esercitato la funzione dirimente dell’ago della bilancia nelle formule di governo, lo vediamo uscire da un mezzo coma e rompere a galoppo su una scena in crisi cavalcato da un personaggio anomalo, che fino all’altroieri veniva dileggiato dagli avversari come una scheggia mondana impazzita o applaudito dai seguaci ipnotizzati come un attore trasgressivo e dissacrante.

Lo ricordo nei depressi convegni liberali di fine secolo in Renania. Tentava di rivitalizzare con spericolate battute di spirito il terzo partito germanico in calo di consenso, annunciando alle platee, non so se allibite o fiocamente rallegrate, che la Fdp per rinascere avrebbe dovuto nientemeno che mimetizzarsi in una «Spasspartei»: partito dello spasso e del divertimento. S’attagliavano perfettamente all’annuncio, considerato da molti profanatorio, l’aspetto esibizionistico e il portamento pubblico anticonvenzionale del giovane segretario generale. Nell’omosessuale dichiarato, nei suoi abiti eccentrici e raffinati, nella prestanza ginnica, nelle battute ricalcate sugli aforismi di Wilde, già allora non c’era quasi nulla dell’aplomb severo dei grandi borghesi liberali come il presidente della Repubblica Walter Scheel e il pressoché inamovibile ministro degli Esteri Dietrich Genscher, che certo disdegnavano Wilde e certamente leggevano Max Weber.

Definire quindi uomo di destra un imprevedibile picaro della politica postmoderna (così direbbe lui), classificare la sua estroversa entrata nella Piccola Coalizione accanto alla materna Angela come una «svolta a destra» dell’asse politico tedesco, mi sembra alla fin fine improprio. Applicare i soliti cliché di un lessico topografico antiquato a un corridore stravagante, proteiforme e inafferrabile come Westerwelle, appare approssimativo o quantomeno prematuro. Si mescolano, in lui, un radical chic politicamente scorretto, un liberista estremo, un oppositore del fisco punitivo, un fautore dello Stato magro, attentissimo però alla questione dei diritti civili, all’ecologia ragionata, alla libertà individuale, alla protezione perfino esaltata della diversità che egli stesso non occulta e pratica apertamente, a fianco del suo compagno, nella vita privata. Lo si direbbe un miscuglio asimmetrico, radicalizzato alla tedesca, tra il miscredente Zapatero e lo spregiudicato conservatore Cameron. Per qualche altro lato può evocare più il liberalismo radicale di un Pannella che quello tradizionale di Malagodi. Se diverrà vicecancelliere e ministro degli Esteri, su certi argomenti civili, per usare il vecchio vocabolario, potrà scavalcare a sinistra la stessa Merkel, parzialmente contagiata e socialdemocratizzata dal suo ex vice Steinmeier.

Oggi appoggiano l’animale di successo la grande industria, le dame da salotto abbienti e influenti, il ceto medio benestante che deplora la tassazione eccessiva subita durante i quattro anni semiassistenzialisti del connubio cristiano-socialista. Ma l’inattesa ondata Westerwelle ha lambito e inghiottito anche il voto di ecologisti urtati dall’incontinenza ideologica dei Verdi, di molti metalmeccanici e perfino di tanti disoccupati delusi dal cerchiobottismo caritatevole della Grande Coalizione. Il sorprendente personaggio ha ribaltato le regole del compromesso storico germanico, che aveva visto fidanzarsi in senso politico, durante la campagna elettorale, la cautissima candidata Merkel e il prudentissimo candidato Steinmeier, non più rivali ma quasi complici navigati e astuti.

La punizione reattiva da parte dell’elettorato è stata esemplare e molto mirata. Hanno imbalsamato per una seconda legislatura la Merkel, hanno limato però lo zoccolo duro Cdu-Csu che la sosteneva, hanno inabissato la Spd e scartato il mito o, se vogliamo, il placebo del perfetto bipartitismo di governo. Hanno in definitiva premiato l’outsider imperfetto ma velocissimo che, da domani in poi, dovrà vedersela coi duri fatti di una crisi che continua ad attanagliare e destabilizzare con tre milioni di disoccupati il Paese più importante dell’Unione Europea.

NYC 2009, election day


Il 3 novembre 2009, la città di New York voterà per eleggere il suo prossimo sindaco. Si mormora che Michael Bloomberg, che ha rivestito questa carica per due mandati consecutivi – ed ha personalmente condotto la battaglia per modificare le leggi comunali affinché potesse candidarsi una terza volta – abbia già la vittoria in tasca.

La figura di Bloomberg, ebreo di origini russo-polacche, imprenditore di successo ed elemento politicamente trasversale (dal Partito Democratico passò nel 2001 al fronte Repubblicano, per registrarsi nel 2007 come indipendente), suscita reazioni contrastanti. Chris Smith, in un affascinante articolo sul New York Magazine, afferma che sono in molti a considerare Bloomberg una delle cose migliori a New York dopo Rudolph Giuliani. Altri accusano l’attuale sindaco di essere un manipolatore senza scrupoli, pronto a piegare i meccanismi democratici alla propria sete di successo ed al tornaconto personale. In realtà l’elettorato newyorchese, inizialmente scettico nei confronti dell’uomo che figura all’ottavo posto tra i più ricchi d’America, ha nel tempo imparato ad apprezzarlo per le sue capacità di governare la città attraverso una sapiente miscela di liberalismo sociale e di conservatorismo.

La stampa e gli intellettuali, per quanto imbarazzati dall’ingente nota spese per la sua campagna elettorale (oltre 72 milioni di dollari, più di cinque volte l’investimento che si è potuto permettere il suo oppositore Bill Thompson) e dal seppur legale colpo di mano che gli ha permesso di ricandidarsi alla poltrona più ambita della città, paiono semplicemente non riuscire ad ascrivere il fenomeno Bloomberg a un altro complotto per controllare la politica statunitense. Dopotutto, è del consiglio comunale, e non di Bloomberg, la responsabilità di aver deliberato il 23 ottobre 2008 l’estensione dell’eventuale permanenza in carica dei suoi membri, da due a tre mandati consecutivi. Anche lo stesso Smith, che palesa un evidente disagio nei confronti dell’attuale sindaco – o meglio, nei confronti della possibilità che un funzionario pubblico disponga di somme di denaro così ingenti da permettergli un margine d’azione potenzialmente illimitato –, concede in più di un’occasione che Bloomberg è in gamba, ha fatto bene. Sorprendentemente bene.

L’analisi di Smith evidenzia peraltro come alcune circostanze hanno giocato a favore dell’attuale sindaco indipendentemente dalle sue capacità, nel decretare il successo delle sue politiche. In primo luogo, a New York i personaggi di potere appartengono solitamente ad ambiti lontani dalla politica; nemmeno i gruppi asiatici, i neri o i latini hanno ancora trovato un leader carismatico intorno al quale convergere. Ciò ha reso l’ascesa di Bloomberg un cammino solitario, senza rivali degni di nota. In secondo luogo, è opportuno notare che a New York, così come all’interno di ogni altra città del mondo, gli equilibri politici ed economici vanno assumendo un carattere sempre più internazionale: una figura come Bloomberg, che in ambito pubblico così come privato sa intrattenere proficue relazioni oltreoceano, si dimostra vincente in quanto capace di andare oltre ai personalismi locali. Infine, a fronte della crisi che ha attanagliato gli Stati Uniti, il suo incredibile patrimonio ha agito in parte da garanzia, in parte da finanziamento a fondo perduto, per i progetti della città: in questo modo New York ha seguitato a crescere, o comunque non ha visto il proprio bilancio interno crollare come molte altre grandi città d’America.

D’altro canto, alcune scelte di Bloomberg si sono rivelate vincenti puramente in virtù del suo intuito politico. Gli investimenti nel settore dell’istruzione e gli aumenti salariali agli insegnanti in tempo di crisi, i cospicui fondi concessi alle grandi charities locali, la progressiva stretta sul controllo delle armi e gli aumenti delle pensioni (seppur in seguito a controlli più stringenti per limitarne gli abusi) hanno garantito al sindaco, se non l’appoggio, quantomeno la non ostilità anche dei gruppi liberal più intransigenti. D’altronde, la collaborazione di fiducia con l’NYPD, gli indubbi incentivi concessi alla piccola e media imprenditoria, le severe norme antidroga ed il proseguimento senza sostanziali modifiche del piano per ridurre la criminalità già voluto da Giuliani hanno soddisfatto anche gli elettori di destra.

In ambito economico, la volontà di porre fine alla pesante dipendenza della città da Wall Street (dipendenza che in realtà Bloomberg non è ancora riuscito a spezzare) ha fatto sì che New York potesse contare su diversi progetti attraverso ai quali rilanciare l’economia per superare le recenti difficoltà dovute alla crisi, puntando su un’immagine della città vivace e attiva dal punto di vista intellettuale, culturale e dell’innovazione. In più, i risparmi conseguiti con l’aumento delle tasse sugli immobili nei periodi di crescita hanno permesso a Bloomberg di risanare il bilancio comunale e disporre di preziose riserve dalle quali attingere in tempi più cupi. Da ultimo, le iniziative volte a migliorare le condizioni di vita dei quartieri più poveri (gli incentivi per l’apertura di negozi e mercati di frutta e verdura locali, ad esempio) hanno contribuito a promuovere un’idea innovativa di welfare che va oltre l’assistenzialismo, investendo piuttosto in programmi concreti che premiano la capacità imprenditoriale su piccola e media scala, cosicché il paese sia chiamato a “prendersi cura di se stesso” – un’idea che, tutto sommato, in America piace a sinistra così come a destra.

Neoconservatorismo, ancora una volta? Certo, gli ingredienti ci sono tutti: la politica estera decisa (Bloomberg ha appoggiato la guerra in Iraq e il Patriot Act), l’approccio del don’t ask, don’t tell sui grandi temi sociali, la mano ferma contro il crimine e tutto ciò che pone in pericolo il fragile equilibrio della collettività, le collaborazioni bipartisan, l’economia mista che favorisce l’imprenditoria ma non esita ad elargire fondi – sempre su base strettamente meritocratica – agli ambiti del sociale che più ne hanno necessità affinché essi possano reggersi sulle proprie gambe. Ciò nonostante, contrariamente ai neoconservatori, Bloomberg non è un intellettuale, uno studioso o un opinionista: è un politico, ed innanzitutto un imprenditore di successo.

Chris Smith lo paragona a Rockefeller, il grande magnate del petrolio e dell’industria statunitense che agli inizi del Novecento impegnò parte del suo denaro in iniziative a favore della comunità, sempre con il proprio indubbio tornaconto in termini di popolarità e di potere, ma con grandi risultati e benefici per la città di New York. Il controllo, o meglio, l’ascendente che il suo denaro gli permise di esercitare – direttamente ed indirettamente – rese Rockefeller una delle personalità più importanti ed influenti della vita pubblica statunitense nella sua epoca.

In realtà, lo stile di Bloomberg ricorda maggiormente il Senatore Democratico Henry Scoop Jackson, padrino politico del neoconservatorismo, che già negli anni Settanta mirò a realizzare insieme a questa persuasione il sogno di una grande Presidenza di centro. Inflessibile in politica estera, audace in economia e attivamente impegnato per la promozione della democrazia oltreconfine, Jackson si era candidato per ben due volte alle presidenziali USA, ma senza successo. Bloomberg si appresta a cimentarsi con il suo terzo mandato di sindaco; tuttavia, l’idea che aspiri alla Casa Bianca – anche come indipendente – non sembra essere nuova, né completamente sgradita, all’establishment di New York .

Alia K. Nardini

Finanza islamica


Diciamo un’altra filosofia d’investimento che prende il nome di finanza islamica e che diventa sempre più importante nel mondo, con tassi di sviluppo esponenziali: valeva 500 milioni di dollari dieci anni fa, oggi movimenta una sessantina di miliardi. Certo, ancora poca cosa rispetto ai volumi d’affari di piazze come New York o Francoforte, ma l’Islam si espande, si modernizza, impara a gestire le sue immense risorse, con le banche e i fondi sovrani, nel Golfo, in estremo oriente, ma anche in Occidente, come è emerso durante un convegno svoltosi a Milano presso la Camera di Commercio e organizzato dallo Studio Morri e Associati, a cui ho assistito e che ha riservato non poche sorprese.

Già, perchè la finanza islamica non ammette la speculazione, nè l’ingiusto arricchimento ai danni del debitore o di terzi, vieta gli interessi sul capitale e i contratti aleatori o incerti. Si basa su due principi semplicissimi. Il primo: qualunque investimento deve trovare un corrispettivo in un’attività concreta commerciale, agricola, immobiliare o industriale e dunque sono vietate partecipazioni azionarie in banche, assicurazioni, strumenti di finanza creativa. E questo spiega perchè i fondi musulmani abbiano risentito molto meno del crash provocato da Lehman.

Il secondo concetto è di buon senso: chi finanzia deve condividere il rischio con il cliente. Per chiarire: il finanziatore non può proporti un prodotto e abbandonarti al tuo destino quando le cose vanno male, come invece avviene da noi, dove la banca guadagna sulle commissioni e presta solo a fronte di determinate garanzie. Nella finanza islamica se c’è da perdere perde con te, se c’è da guadagnare, guadagna con te.

Non mancano ovviamente gli aspetti negativi: il mondo finanziario islamico si basa sulla Shaaria e che delega a un comitato di Imam il compito di decidere quali siano i settori su cui si può investire rispettando il Corano; il che non è certo rassicurante per un occidentale, nè in linea con i fondamenti di uno Stato laico ed evoluto; senza dimenticare che fino a pochi anni fa certi canali sono stati usati per sostenere il terrorismo. Inoltre, manca un mercato secondario e la storia di questi investimenti è limitata a una quarantina d’anni, dunque troppo troppo poco per averne dimestichezza.

Ma in un mondo che cerca rimedi agli eccessi provocati proprio dalla’vidità di una certa finanza (tra l’altro Obama oggi si reca in visita a Wall Street per tentare di ravvivare le promesse di una nuova regolamentazione per le banche), l’esperienza islamica fa riflettere. Un banchiere cattolico del calibro di Ettore Gotti Tedeschi, rappresentante in Italia del Banco di Santander, segue questa esperienza con favore e vede analogie con l’insegnamento di San Tommaso. «La loro esperienza ci ricorda che il denaro deve essere un mezzo per raggiungere un obiettivo concreto, condiviso, non deve mai diventare un fine in sè», ha dichiarato, condividendo con gli islamici il desiderio di una finanza che incoraggia la moderazione, deplora l’avidità ed è ancorata alla realtà.



Stefano M. Masullo è autore di 21 best seller aziendali ed è ora responsabile “Economia e Finanza” del mensile dedicato al mondo del lusso "World & Pleasure". Tiene in tutto il mondo frequenti lezioni e seminari sulla finanza, è decano dell’Università ISFOA di Lugano ed attualmente ricopre i ruoli di Segretario Generale di Assoconsulenza, Direttore Marketing di Sintesi S.p.A. e Direttore Relazioni Esterne di De Vittori S.A. , con il suo contributo entriamo maggiormente nel dettaglio di questo complesso argomento .

Il sistema finanziario islamico, ovvero il sistema di banche commerciali, banche di investimento, banche offshore operanti nel rispetto delle norme dettate dal Corano, è diventato una forza con la quale oggi il sistema finanziario convenzionale deve confrontarsi. Dalla costituzione della prima banca islamica avvenuta circa 22 anni fa, Bahrain oggi ospita 16 istituzioni finanziarie islamiche delle quali 2 sono banche commerciali, 2 sono banche offshore e 12 sono banche di investimento.
Il patrimonio totale di queste banche raggiunge la cifra di 1,6 miliardi di dollari. La dimensione globale del sistema finanziario islamico consiste in oltre 200 istituzioni con un totale di oltre 200
miliardi di dollari di fondi gestiti, una capitalizzazione degli istituti superiore ai 7 miliardi di dollari e un tasso di crescita annuale del 15% con previsioni di incremento nei prossimi anni. Il sistema finanziario islamico nel 1973 trova la sua data di nascita determinata dall’accordo tra i paesi membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica per la costituzione di una banca islamica internazionale finalizzata all’incremento dello sviluppo economico e al progresso sociale dei paesi musulmani, nel rispetto dei principi della shari’a ovvero della legge canonica rivelata dall’Islam e derivata dal Corano; nacque così nel 1975 l’Islamic Development Bank, la cui sede era a Jeddah in Arabia Saudita. Islamic Banking in Bahrain è un sistema in continua crescita e l’autorità monetaria del paese, Bahrain Monetary Agency perseguendo il fine di un consolidamento della positiva reputazione del paese come centro finanziario internazionale, ha raccomandato Alle banche islamiche operanti nel paese di aderire agli standards determinati da “Accounting and Auditing Organization for Islamic Financial Institutions (AAOIFI); Bahrain è uno dei due paesi che adottano gli standards AAOIFI, insieme al Sudan. Il trattato che regola il sistema finanziario islamico determinato da AAOIFI è l’equivalente del trattato di Basilea per la vigilanza bancaria per le banche convenzionali. AAOIFI è stata fondata nel 1991, ha la sua sede a Bahrain, è composta da 71 membri che sono banche islamiche, banche convenzionali con sezioni deputate alla finanza islamica, società internazionali di revisione di 17 paesi. A conferma del ruolo di preminenza di Bahrain nel mondo finanziario arabo anche nel settore della finanza islamica, il paese è stato scelto come sede per ospitare una nuova istituzione nata recentemente, “Islamic Agency for Credit rating”: compito dell’Agenzia sarà determinare le potenzialità delle istituzioni finanziarie islamiche e valutare il loro volume di rischio nell’ambito del mercato monetario ed è indubbio che ciò ne incrementerà la fiducia negli investitori e rafforzerà il mercato finanziario islamico nell’ambito dello sviluppo dell’intero sistema economico islamico. Nell’ambito del rispetto della Shari’a le istituzioni finanziarie islamiche non possono investire o avere interessi in comune con società i cui business
riguardino l’attività bancaria basata sul sistema degli interessi; l’alcool; il tabacco; il gioco; la
produzione, la lavorazione e la confezione del maiale; tutte le attività che rechino offesa ai principi
dell’Islam.

Il sistema bancario islamico costituisce un’alternativa al sistema bancario convenzionale
basato sul concetto di interesse. Operare secondo i precetti della Sharia aiuta il
raggiungimento degli obiettivi socio-economici della società islamica. Le banche islamiche
adottano il principio del “Mudaraba”, cioè basato sul concetto di compartecipazione sulla
fiducia, come base per i rapporti tra loro e l’investitore o il cliente depositante. Secondo
questo concetto, le banche non hanno la facoltà legale di restituire la somma investita in caso
di perdita a meno che non sia acclarato un comportamento negligente della banca o che
comunque abbia violato i termini degli accordi di “Mudaraba”. D’altra parte, quando la banca
fornisce il capitale all’investitore sulle basi di un contratto di “Mudaraba”, essa non può
richiedere la restituzione del capitale se vi è una perdita nel corso dell’investimento a meno
che da parte dell’imprenditore non vi sia stato un comportamento scorretto o abbia violato i
termine dell’accordo di “Mudaraba”. In entrambi i casi, chi ha fornito il capitale affronta il
rischio di una possibile perdita del suo investimento. Nei paesi dove esiste un sistema
bancario convenzionale e uno islamico, le banche islamiche sono soggette a varie leggi e
regolamenti. In alcuni di questi paesi le autorità monetarie trattano le banche islamiche come
“Finance House”, cioè come istituzioni finanziarie specializzate nella concessione di prestiti a
famiglie e imprese per acquisti rateali e operazioni di leasing ; in altri, le banche islamiche
sono soggette a leggi e regolamenti propri delle banche convenzionali. In qualche paese le
banche islamiche sono costitute in base a speciali decreti e non sono soggette al controllo
delle Banche Centrali. Per migliorare la legislazione regolante l’attività delle banche islamiche,
è essenziale per le autorità monetarie centrali stabilire regolamenti specifici che tengano
conto della specificità delle operazioni finanziarie effettuate da chi opera secondo i criteri
islamici. Le banche islamiche raccolgono fondi dalla clientela e forniscono a questa i normali
servizi bancari. È perciò logico e appropriato che le banche islamiche siano supervisionate e
regolamentate dall’autorità monetaria, vista la natura particolare del loro operato ;
naturalmente una specifica istituzione islamica di controllo e supervisione aumenta la fiducia
dei mercati e degli investitori nel sistema. Nelle procedure di supervisione delle banche islamiche, l’aspetto della liquidità deve essere controllato attentamente, specialmente in
assenza di prestiti interbancari e mercati secondari accettabili per la Svaria. Alle banche
islamiche generalmente è richiesto di mantenere i livelli di liquidità più alti di quelli delle
banche convenzionali. Comunque, le banche centrali e le autorità monetarie, insieme con le
banche islamiche, considerano che gli strumenti per investimenti a breve termine possano
essere sviluppati senza violare i principi della Svaria, e questo permetterà alle banche
islamiche di investire la loro liquidità in eccesso e vendere nel caso che la banca necessiti di
liquidità. Questa possibilità avrà un impatto positivo sull’economia se le banche investiranno i
loro eccessi di liquidità sui mercati interni.
Le riserve di cassa sono un’altro strumento per controllare la liquidità del mercato e ciò è
particolarmente utile per in caso di liquidazione e bancarotta per soddisfare le richieste dei
creditori.
Le banche islamiche solitamente investono i loro fondi in specifici progetti. È perciò importante che le autorità monetarie essere i grado di valutare i rischi legati a questi investimenti e invitare le banche a mantenere adeguate scorte monetarie per quei progetti di investimento che possono
presentare alti rischi o difficoltà.
L’esperienza di Bahrain Monetary Agency nei rapporti con le banche islamiche risale al 1979
quando la prima banca islamica, Bahrain Islamic Bank fu costituita, e da allora molte altre
istituzioni finanziarie islamiche si sono stabilite a Bahrain, come abbiamo visto in precedenza.
BMA ha imposto alle banche islamiche regolamenti che sono differenti da quelli delle banche
convenzionali. Fino dal 1987, BMA ha introdotto un rendiconto trimestrale prudenziale
specifico per le banche islamiche. Questi rendiconti sono usati per controllare la situazione
finanziaria delle banche islamiche e aiutare l’Agenzia nell’analisi degli indici di redditività delle
stesse, del loro livello di liquidità, delle esposizioni e dell’adeguatezza delle riserve. BMA ha
anche introdotto la richiesta della presentazione di bilanci certificati per le banche islamiche
sulla linea, nella forma e nella sostanza, di quelli presentati dalle banche convenzionali. BMA
ha anche stabilito che sia le banche islamiche che quelle convenzionali debbano aderire agli
standards internazionali di certificazione nella preparazione dei loro bilanci e che debbano
fornire lo stesso tipo di informazioni nei loro rapporti .

giovedì 21 maggio 2009

La politica dei cento fiori -Martin Wolf- FT


La crisi che stiamo vivendo è uno spartiacque? Da una parte la globalizzazione trainata dal mercato, il capitalismo finanziario e il predominio dell'Occidente, e dall'altra il protezionismo, la regolamentazione e il predominio dell'Asia?

Oppure gli storici giungeranno alla conclusione che si è trattato di un evento provocato da pochi scriteriati, di scarsa importanza? Io prevedo che sarà un po' l'una e un po' l'altra cosa. Non è una Grande Depressione, grazie alla ferrea determinazione con cui hanno reagito gli Stati, e non è nemmeno il 1989 del capitalismo.

Andiamo a vedere cosa sappiamo e cosa no sull'impatto della crisi sull'economia, la finanza, il capitalismo, lo Stato, la globalizzazione e la geopolitica. Per quanto riguarda l'economia, sappiamo già cinque cose importanti.

Primo: quando gli Stati Uniti si beccano la polmonite, tutti quanti si ammalano. Secondo: questa è la crisi economica più grave dagli anni 30. Terzo: la crisi è globale, con effetti particolarmente gravi sui Paesi specializzati nell'esportazione di prodotti lavorati o che fanno affidamento su importazioni nette di capitali. Quarto: i responsabili politici hanno messo in campo contro questa crisi misure di stimolo monetarie e di bilancio e interventi di salvataggio finanziari senza precedenti. Infine, tutti questi sforzi alcuni risultati li hanno prodotti: la fiducia sta tornando e il ciclo di sostituzione delle scorte dovrebbe apportare un certo sollievo. Come ha sottolineato il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, l'economia globale è «vicina al punto di svolta», intendendo che la discesa dell'economia sta rallentando.

È prevedibile anche che saranno gli Stati Uniti a guidare la ripresa. Gli Usa sono tornati a essere il Paese più keynesiano del mondo industrializzato. Ed è prevedibile anche che la Cina, con il suo imponente piano di rilancio, risulterà l'economia di maggior successo di tutto il pianeta.
Sfortunatamente, ci sono almeno tre cose che non possiamo sapere. Gli eccezionali livelli d'indebitamento e la caduta del patrimonio netto genereranno nelle famiglie, prima abituate a spendere molto per i consumi, un marcato incremento del desiderio di risparmio, ma in quale misura? Fino a quando si riuscirà ad andare avanti con questi deficit di bilancio prima che i mercati chiedano una compensazione maggiore per il rischio? Le Banche centrali riusciranno a trovare una via d'uscita non inflazionistica dalle politiche non convenzionali?

Nel campo della finanza, la fiducia sta tornando, con gli spread tra attività sicure e attività a rischio che stanno scendendo a livelli meno anomali, e con un (modesto) recupero dei mercati. L'amministrazione statunitense ha accertato che il suo sistema bancario è in condizioni di salute ragionevoli. Ma la situazione patrimoniale del settore finanziario è esplosa negli ultimi decenni e la solvibilità dei debitori è seriamente menomata.

È prevedibile che la finanza riesca a rimettersi in moto negli anni a venire. Ma è prevedibile anche che i giorni di gloria resteranno irraggiungibili per decenni, almeno in Occidente. Non sappiamo fino a che punto si spingeranno la riduzione della leva creditizia e la conseguente deflazione del bilancio. E non sappiamo nemmeno se e in che misura il settore finanziario riuscirà a rintuzzare i tentativi d'imporre un regime di regole più efficace.

I politici, costretti a venire in soccorso di un sistema finanziario sovraccarico d'istituti giudicati troppo grandi e intrecciati fra loro per fallire, dovrebbero aver imparato la lezione. Il mio timore è che gli interessi concentrati prevalgano sull'interesse generale.

E per quanto riguarda il futuro del capitalismo? Se la caverà. La fede di Cina e India nell'economia di mercato non è stata intaccata da questa crisi, anche se sia Pechino che New Delhi guardano con più timore a una finanza senza freni. I fautori del libero mercato insisteranno che il fallimento è da attribuire più agli errori degli organismi di regolamentazione che ai mercati.

C'è una grande verità in questa tesi: le banche, dopo tutto, sono gli istituti finanziari più regolamentati di tutti. Ma è un'argomentazione che politicamente è destinata a cadere nel vuoto. Pochi ormai sono disposti a lasciare carta bianca alle forze del mercato nel campo della finanza.
È prevedibile, quindi, che l'epoca di un modello egemonico di economia di mercato ormai sia tramontata. Le nazioni, come hanno sempre fatto, adatteranno l'economia di mercato alle proprie tradizioni.

Ma lo faranno con maggiore sicurezza. Come avrebbe detto Mao Zedong, «che cento fiori capitalistici fioriscano». Un mondo con tanti capitalismi può essere insidioso, ma divertente.
Meno chiare sono le implicazioni per quel che riguarda la globalizzazione. Sappiamo che l'imponente iniezione di fondi pubblici ha parzialmente "deglobalizzato" la finanza, con costi notevoli per i paesi emergenti. Sappiamo anche che l'intervento pubblico nell'industria ha assunto forti connotazioni nazionalistiche. E sappiamo anche che difficilmente gli esponenti politici saranno disposti ad assumere posizioni impopolari in favore del libero scambio.
La maggior parte dei paesi emergenti arriverà alla conclusione che accumulare grandi riserve di valuta estera e contenere il deficit delle partite correnti sia una strategia assennata. E questo probabilmente genererà un'altra tornata di squilibri globali destabilizzanti. Tutto ciò appare come l'inevitabile risultato di un ordine monetario internazionale difettoso.
Non sappiamo se la globalizzazione riuscirà a uscire indenne da questa crisi. Io sono speranzoso, ma non tanto fiducioso.

Nel frattempo lo Stato è tornato in scena, ma la sua posizione finanziaria appare sempre più precaria. Il rapporto tra debito pubblico e Pil sembra destinato a raddoppiare in molti paesi avanzati: l'impatto di una grave crisi finanziaria sui bilanci pubblici può equivalere, come ci hanno ricordato, a quello di una grande guerra.

E dunque si tratta di un disastro che i governi di economie avanzate, a crescita lenta, non possono permettersi di veder ripetere nell'arco di una stessa generazione. Il lascito della crisi imporrà dei limiti alle spese allegre. Lo sforzo per consolidare i bilanci pubblici dominerà la scena politica per anni, forse per decenni. Lo Stato dunque è tornato, ma sarà uno Stato ficcanaso, non uno Stato spendaccione.

Last but not least, che conseguenze avrà la crisi sull'ordine politico globale? Da questo punto di vista sappiamo tre cose importanti. La prima è che la convinzione che l'Occidente, per quanto inviso al resto del mondo, sapesse almeno come gestire un sistema finanziario sofisticato è venuta meno. La crisi ha intaccato pesantemente in particolare il prestigio degli Stati Uniti, anche se lo stile del nuovo presidente sicuramente gioca un ruolo positivo.

La seconda è che i paesi emergenti, e in particolare la Cina, ormai sono protagonisti a pieno titolo della scena, come ha dimostrato la decisione di tenere due incontri importanti del G-20 a livello di capi di governo. Questi paesi ormai sono elementi vitali della politica globale.

La terza è che si sta cercando di rinnovare la governance globale, in particolare incrementando le risorse destinate all'Fmi e discutendo delle modifiche da apportare alla ponderazione dei voti dei paesi membri dell'istituzione.

Al momento non sappiamo in che misura l'ordine politico globale uscirà trasformato da questa crisi, possiamo solo tirare a indovinare. Gli Stati Uniti probabilmente emergeranno come il leader indispensabile, spogliati delle illusioni della "fase unipolare". Il rapporto tra Usa e Cina diventerà più importante, con l'India in attesa sullo sfondo. Sicuramente cresceranno il peso economico relativo e il potere dei colossi asiatici. L'Europa, nel frattempo, non sta vivendo bene la crisi. L'economia e il sistema finanziario del Vecchio continente si sono rivelati molto più vulnerabili di quello che molti si aspettavano. Ma ancora non sappiamo se le istituzioni per la cooperazione internazionale che usciranno da questi sforzi di rinnovamento e riequilibrio rispecchieranno le nuove realtà.

Qual è la conclusione? La mia ipotesi è che questa crisi ha accelerato determinate tendenze e ha dimostrato che altre tendenze - in particolare nel settore del credito - erano insostenibili. Ha intaccato la reputazione della scienza economica. Lascerà strascichi amari per il pianeta. Ma forse non segnerà uno spartiacque storico. Parafrasando quello che diceva il popolo quando moriva un re: «Il capitalismo è morto, lunga vita al capitalismo».
(Traduzione di Fabio Galimberti)
© FINANCIAL TIMES

martedì 28 aprile 2009

Una tazza di caffè la mattina


Da uno spunto di Andrea Rascassi .
Una tazza di caffè la mattina è oltre che un valido titolo , un ottimo spunto di riflessione per approfondire una questione che direttamente o meno ci coinvolge tutti
e che in generale viene spesso sottovalutata .
Dietro qulla tazza c'è l'utilizzo di una materia prima che qui in Italia non abbiamo in quantità sufficiente e dobbiamo importare da molto lontano , principalmente dalla Russia . Attorno a questo fatto vi è una guerra diplomatica che va avanti da parecchi anni e puntualmente si ripresenta anche a noi ogni inverno .
Il motivo è semplice , il gas proveniente da Mosca prima di giungere a destinazione attraversa l'Ucraina , paese dell'ex impero sovietico che recentemente ha ottenuto la democrazia , non solo di fatto , ma anche politica con l'elezione di Yuschenko quale presidente a discapito del candidato promosso da Putin .
Da qui inizia il tutto , l'Ucraina usufrusice di quel gas in quanto cliente e se dapprima vantava condizioni di favore ora lo ottiene a prezzo di mercato e solo dopo minaccie reciproche riesce a strappare dei vantaggi .
Quello stesso gas poi giunge a noi , ogni inverno sull'asse Kiev - Mosca va in scena un'aspra guerra diplomatica della quale i primi a pagarne le spese sono i cittadini Ucraini , che subiscono delle vere e proprie sospensioni del servizio , un pò come se da noi la vecchia Enel bloccasse l'erogazione della corrente . Noi da cittadini Europei dobbiamo prendere coscienza di questo fatto , perchè se è vero che noi politicamente ed economicamente siamo più forti di Kiev e quindi non rischiamo in prima persona è anche vero che eravamo tutti in prima fila a sostenere la Rivoluzione Arancione quando ha ottenuto la Democrazia ; noi ed i nostri politici eravamo tutti uniti a sostenere e incoraggiare i moti liberali , ma una volta che essi hanno avuto un esito positivo ce ne siamo dimenticati . Una rivoluzione è solo l'atto costutivo di un cambiamento , esso va poi sostenuto e cresciuto , sviluppato e regolato con molto impegno e dedizione nel corso degli anni .
Dico questo perchè statistiche alla mano i maggiori clienti della Russia siamo noi e i nostri vicini Tedeschi , perchè a parole siamo in prima fila a favore della democrazia , ma poi a fatti siamo in affari con chi la democrazia
non la vuole .
Lancio una provocazione , noi alla Russia diciamo : " Siamo in affari , come gestirli decidilo te . " .
Cosa significa ? Noi ci preoccupiamo che i nostri affari finanziari e non vadano a buon fine , ma non ci preoccupiamo minimamente del modo in cui essi siano costituiti , dei diritti che vengono calpestati e delle Libertà che vengono lese. Su questo tema recentemente la nostra Eni ha realizzato una buona plusvalenza dalla cessione alla Gazprom , di Gazprom Neft ceduta dallo stesso colosso Russo alla nostra compagnia con opzione di riacquisto al 9 Aprile , cosa che prontamente è accaduta ; realizzando utili a ambedue le parti . Senza però pensare che la stessa Gazprom è colei che taglia il gas Ucraino e costringe una popolazione già povera in ginocchio.
Gli affari sono affari , e mai mi opporrò al libero mercato , di certo una maggiore etica sarebbe auspicabile , specialmente se poi a Bruxelles andiamo come portavoci del pensiero Democratico e del dialogo tra le parti .
L'Ucraina ha lottato per la libertà , ha impegnato tutte le sue forze e ha raggiunto un traguardo iniziale , non lasciamola sola ora , perchè il rischio che corre è grande , siamo noi , noi Europei ,che dobbiamo sostenerla nel cammino che deve fare, perchè noi abbiamo il potere di aiutarla difornirle il tempo e la serenità necessari alla formazione di una democrazia effettiva e duratura , ma per farlo non possiamo limitarci alle parole , ma servono i fatti, e i fatti non si ottengono chiudendo gli occhi di fronte alle razzie dell'Orso .
Pensiamoci quando beviamo un caffè .

venerdì 24 aprile 2009

Traccie di pensiero liberal


Lo scorso febbraio abbiamo assistito ad una protesta rilevante sotto diversi aspetti , operai inglesi della Lindsey Oil protestavano contro la presenza degli operai italiani dell'azienda siracusana Irem nel Lincolnshire .
Rilevante perchè in piena crisi , perchè manifestava eventuali problemi di integrazione tra cittadini di Paesi dell'U.E. o semplicemente la crisi economica stava presentando i conti alla globalizzazione ?
Ecco la replica di Tito Boeri a margine della presentazione del Festival dell'Economia a Trento :
"La lezione peggiore e più pericolosa da trarre da questa crisi è che essa sia figlia della globalizzazione e che quindi per evitarne una nuova occorra rendere le nostre comunità un pò più chiuse . La globalizzazione ci salverà invece , visto che i segnali della ripresa arrivano da Cina e India ."
Un'altro spunto viene dalle parole usate da Alfredo Saenz , CEO di Santander : " Gli istituti sani rilevino quelli in rosso , i governi sbagliano a tenere a galla gli istituti che si trovano ad attraversare una crisi profonda ".
Dalle sue parole un'affermazione della legge del libero mercato , evitando l'intervento statale che avrebbe pesanti ripercussioni in futuro , e lasciando alla meritocrazia di chi sul mercato si è comportato meglio la possibilità di acquisire i nuovi asset , alla lunga il concetto della ridistribuzione della mano invisibile .
Per mia soddisfazione , traccie di pensiero Liberal sono sempre presenti ..

martedì 21 aprile 2009

Riflessioni

"La galera"
- la galera è come una recita a teatro, facciamo tutti finta, noi, le guardie, i giudici, poi ad un certo punto la commedia finisce, e sei da capo - S.C detenuto.

"Aurora"
- qua è impossibile fuggire o nascondersi a se stessi, le paure più recondite emergono, i rimpianti incalzano, le lacrime scendono, i peccati si pagano - detenuta


Il mondo del carcere è un mondo a parte, spesso posizionato nelle periferie delle grandi città, distante dalla visione della “gente comune”, messo ai margini per evitare di porsi troppe domande.
E' un mondo che fino a pochi anni fa neanche io sapevo come funzionasse e forse nemmeno mi interessava, e sicuramente è molto più comodo e semplice non porsi domande, non dargli attenzione, pensando che all'interno di esso ci sono “persone” che se sono lì non meritano nulla, neanche il minimo per mantenere una dignità umana.
E' molto più semplice dire “quello devono metterlo dentro e buttare via la chiave” e devo ammettere che alcune volte la penso anch'io così, ma oggi ho la fortuna di guardare tutto con occhio più critico, di pormi delle domande, e di non cadere nel clichè della generalizzazione.
L'esperienza del carcere è un qualcosa che segna nel profondo le persone, tutto viene sconvolto, ridimensionato, vige un codice comportamentale non scritto che bisogna conoscere e rispettare pena la vita.
Il carcere è un pezzo di mondo – una carrellata di uomini – simile al mondo che sta fuori, però nel carcere gli spazi sono limitati e chiusi e i cammini si intrecciano, obbligatoriamente i destini si uniscono.
All'interno del carcere la questione è la sopravvivenza e il far passare il tempo, non c'è nemmeno più la divisione tra giorno e notte, bisogna solamente cercare di trovare degli equilibri.
Ci vorrebbero pagine e pagine solo per spiegare come funziona questa grande macchina e forse non basterebbero libri interi per spiegare che effetto ha l'esperienza detentiva sulle persone, ma la mia voleva solo essere una piccola riflessione per iniziare a porsi delle domande e per iniziare a conoscere questo mondo ancora oggi ignorato, solo con un continuo interscambio tra il carcere e la società le cose potranno migliorare.
Termino con un estratto del libro di Michel Foucault “Sorvegliare e punire” : “Si imprigiona chi ruba, si imprigiona chi violenta, si imprigiona chi uccide. Da dove viene questa pratica, e la singolare pretesa di rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni? Forse una vecchia eredità delle segrete medievali? Una nuova tecnologia, piuttosto: la messa a punto, tra il XVI e il XIX secolo, di tutto un insieme di procedure per incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderli docili e utili nello stesso tempo. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni. Tutto un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze, si era sviluppato nel corso dei secoli classici negli ospedali, nell'esercito, nelle scuole, nei collegi, nelle fabbriche: la disciplina.
Il XVIII secolo ha senza dubbio inventato la libertà, ma ha dato loro una base profonda e solida, la società disciplinare, da cui dipendiamo ancora oggi”.

Tutta colpa di giuda

Tutta colpa di Giuda, Kasia Smutniak, Davide FerrarioTutta colpa di Giuda di Davide Ferrario, con Kasia Smutniak, Fabio Troiano, Gianluca Gobbi, Cristiano Godano, Francesco Signa, Paolo Ciarchi, Luciana Littizzetto.

Irene sogna di diventare una regista teatrale e accetta di collaborare con un gruppo di carcerati torinesi per mettere in piedi uno spettacolo all’interno dell’istituto penitenziario. Il tema scelto dal parroco delle carceri è quello della Passione di Gesù Cristo. Irene accetta suo malgrado il compito ma scopre che tra i carcerati nessuno è disposto a rappresentare la figura di Giuda, il traditore per antonomasia. Lo spettacolo deve essere portato sul palco e solo una particolare interpretazione del Vangelo suggerita a Irene dai discorsi coi detenuti riuscirà a mettere tutti gli attori daccordo, ma qualcuno rimarrà scontento. Una notizia data dal radiogiornale però cambia il destino di tanti fra gli “ospiti” dell’istituto.

Davide Ferrario, a completamento di un progetto durato diversi anni, porta il cinema all’interno del carcere e trasforma i detenuti della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino in attori per caso. Un progetto iniziato nove anni fa, anch’esso in modo abbastanza casuale. Un corso di formazione professionale nel Carcere di San Vittore ha avuto un impatto così forte da convincere Ferrario a proseguire l’esperienza offrendosi come volontario in progetti carcerari.

Tutta colpa di Giuda è un film sul carcere, sul teatro, sulla libertà, sulla fede ma soprattutto sulla voglia di vivere e di confrontarsi, tema trasversale del cinema di Ferrario che con i suoi film ha sempre dimostrato un fortissimo impegno rivolto ai progetti che lo appassionano, toccando con questo film una punta qualitativa di grande coraggio, di riflessione sull’arte (tra teatro e cinema). Il carcere negli ultimi anni ha aperto spesso le porte a progetti di rieducazione attraverso l’uso dei laboratori teatrali o delle produzioni audio-visive, pratici mezzi esperienziali attraverso i quali i detenuti possono esprimere la loro creatività ma anche creare delle dinamiche di gruppo che il carcere altrimenti non potrebbe offrire.



sabato 18 aprile 2009

Il mercato , lo Stato e la crisi

Giorni fa leggevo un editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere dove si parlava dei fallimenti del mercato e di quelli dello Stato , cercano di attribuire una scala di importanza ( in senso ovviamente negativo ) ad uno dei due ,in sintesi penso possa valere quanto segue : nel momento in cui si radica l'idea secondo cui il mercato è il «Dio che ha fallito», si afferma per ciò stesso la pericolosa illusione che la salvezza possa venire solo dallo Stato. Si dimentica il fatto essenziale che tanto il mercato quanto lo Stato, in quanto istituzioni umane e per ciò imperfette, possono fallire ma che i fallimenti dello Stato sono in genere assai più catastrofici di quelli del mercato. Quando il mercato fallisce provoca grandi, ancorché temporanee, sofferenze (disoccupazione, drastica riduzione del tenore di vita delle persone, povertà). I fallimenti dello Stato, per contro, si chiamano compressione delle libertà (sempre), oppressione politica (spesso) e, nei casi estremi, tirannia e guerre.
Tornare all'epoca dello «strapotere dello Stato» è certo un'idea attraente per coloro che detestano il mercato, e la competizione che ne è l'essenza. Ma che succede se lo strapotere dello Stato impedisce di rilanciare la crescita, e ci fa precipitare in un mondo di conflitti neo-protezionisti?
Concludendo affermo l'importanza della libertà del mercato , e altrettanto importante il ruolo dello Stato , esso non dovrà essere nè responsabile nè direttore del mercato , dovrà bensì avere un ruolo di supervisore , atto a prevenire quelle possibili deformazioni di un mercato quali monopolii , oligopolii , intervenendo solo per evitarli e garantirne la libera forma .

venerdì 17 aprile 2009

Considerazioni su Gran Torino

Prepotente nella sua figura emerge il ruolo di Walt Kowalskj , interpretato da un maiuscolo Clint Eastwood , ma perchè porre l'accento su questo film?
Innanzitutto perchè mette in luce in maniera evidente la situazione dell'immigrazione negli Stati Uniti , ed il difficile problema dell'integrazione tra il tessuto autoctono ed i nuovi arrivati . Cosa porta il vecchio Walt , eroe di guerra e ultra nazionalista , ad abbassare le proprie autodifese e ad aprirsi ad una cultura diversa , a schierarsi in una personale guerra di quartiere che non lo dovrebbe coinvolgere?
Probabilmente è l'affermazione dei valori primari di un individuo , il bisogno di condividere , di socializzare a spingerlo .
L'intelligenza e l'esperienza di Walt lo porta a comprendere i modi e le abitudini dei suoi vicini così lontani da lui ed in un incredibile parallelismo lo porta a comprendere come sia più vicino a questi nuovi amici rispetto che ai suoi figli .
E' uno spaccato di realtà quotidiana , di una realtà con la quale presto o tardi tutti avremmo a che fare .

Gran Torino

Gran Torino - visualizza locandina ingrandita
Sceneggiatura: Nick Schenk
Fotografia: Tom Stern
Montaggio: Joel Cox
Produzione: Double Nickel Entertainment, Gerber Pictures, Malpaso Productions, Village Roadshow Pictures, Warner Bros
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Paese: USA 2008
Uscita Cinema: 13/03/2009
Genere: Azione, Drammatico
Durata: 116 Min

Trama del film Gran Torino:
Walt Kowalski (Clint Eastwood) è un reduce della guerra di Corea, di carattere burbero e spavaldo, prova una grande passione per la propria Ford Torino, modello classico del 1972, custodita in garage. Walt non mostra pudore nel manifestare il proprio sentimento anticoreano, nato durante la sua campagna in Corea, quando vide morire suoi amici per mano dei nemici. A peggiorare la situazione, il quartiere da lui abitato negli ultimi anni è diventato il principale centro suburbano della comunità coreana, e le bande giovanili danno molto fastidio a Walt. Anche se frustrati e maltrattati da Kowalski, i coreani aiuteranno l'uomo a risolvere i problemi personali che tiene con la famiglia, per diventare amici e aiutarlo a ripudiare il razzismo.