Giorni fa leggevo un editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere dove si parlava dei fallimenti del mercato e di quelli dello Stato , cercano di attribuire una scala di importanza ( in senso ovviamente negativo ) ad uno dei due ,in sintesi penso possa valere quanto segue : nel momento in cui si radica l'idea secondo cui il mercato è il «Dio che ha fallito», si afferma per ciò stesso la pericolosa illusione che la salvezza possa venire solo dallo Stato. Si dimentica il fatto essenziale che tanto il mercato quanto lo Stato, in quanto istituzioni umane e per ciò imperfette, possono fallire ma che i fallimenti dello Stato sono in genere assai più catastrofici di quelli del mercato. Quando il mercato fallisce provoca grandi, ancorché temporanee, sofferenze (disoccupazione, drastica riduzione del tenore di vita delle persone, povertà). I fallimenti dello Stato, per contro, si chiamano compressione delle libertà (sempre), oppressione politica (spesso) e, nei casi estremi, tirannia e guerre.
Tornare all'epoca dello «strapotere dello Stato» è certo un'idea attraente per coloro che detestano il mercato, e la competizione che ne è l'essenza. Ma che succede se lo strapotere dello Stato impedisce di rilanciare la crescita, e ci fa precipitare in un mondo di conflitti neo-protezionisti?
Concludendo affermo l'importanza della libertà del mercato , e altrettanto importante il ruolo dello Stato , esso non dovrà essere nè responsabile nè direttore del mercato , dovrà bensì avere un ruolo di supervisore , atto a prevenire quelle possibili deformazioni di un mercato quali monopolii , oligopolii , intervenendo solo per evitarli e garantirne la libera forma .
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