martedì 21 aprile 2009

Riflessioni

"La galera"
- la galera è come una recita a teatro, facciamo tutti finta, noi, le guardie, i giudici, poi ad un certo punto la commedia finisce, e sei da capo - S.C detenuto.

"Aurora"
- qua è impossibile fuggire o nascondersi a se stessi, le paure più recondite emergono, i rimpianti incalzano, le lacrime scendono, i peccati si pagano - detenuta


Il mondo del carcere è un mondo a parte, spesso posizionato nelle periferie delle grandi città, distante dalla visione della “gente comune”, messo ai margini per evitare di porsi troppe domande.
E' un mondo che fino a pochi anni fa neanche io sapevo come funzionasse e forse nemmeno mi interessava, e sicuramente è molto più comodo e semplice non porsi domande, non dargli attenzione, pensando che all'interno di esso ci sono “persone” che se sono lì non meritano nulla, neanche il minimo per mantenere una dignità umana.
E' molto più semplice dire “quello devono metterlo dentro e buttare via la chiave” e devo ammettere che alcune volte la penso anch'io così, ma oggi ho la fortuna di guardare tutto con occhio più critico, di pormi delle domande, e di non cadere nel clichè della generalizzazione.
L'esperienza del carcere è un qualcosa che segna nel profondo le persone, tutto viene sconvolto, ridimensionato, vige un codice comportamentale non scritto che bisogna conoscere e rispettare pena la vita.
Il carcere è un pezzo di mondo – una carrellata di uomini – simile al mondo che sta fuori, però nel carcere gli spazi sono limitati e chiusi e i cammini si intrecciano, obbligatoriamente i destini si uniscono.
All'interno del carcere la questione è la sopravvivenza e il far passare il tempo, non c'è nemmeno più la divisione tra giorno e notte, bisogna solamente cercare di trovare degli equilibri.
Ci vorrebbero pagine e pagine solo per spiegare come funziona questa grande macchina e forse non basterebbero libri interi per spiegare che effetto ha l'esperienza detentiva sulle persone, ma la mia voleva solo essere una piccola riflessione per iniziare a porsi delle domande e per iniziare a conoscere questo mondo ancora oggi ignorato, solo con un continuo interscambio tra il carcere e la società le cose potranno migliorare.
Termino con un estratto del libro di Michel Foucault “Sorvegliare e punire” : “Si imprigiona chi ruba, si imprigiona chi violenta, si imprigiona chi uccide. Da dove viene questa pratica, e la singolare pretesa di rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni? Forse una vecchia eredità delle segrete medievali? Una nuova tecnologia, piuttosto: la messa a punto, tra il XVI e il XIX secolo, di tutto un insieme di procedure per incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderli docili e utili nello stesso tempo. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni. Tutto un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze, si era sviluppato nel corso dei secoli classici negli ospedali, nell'esercito, nelle scuole, nei collegi, nelle fabbriche: la disciplina.
Il XVIII secolo ha senza dubbio inventato la libertà, ma ha dato loro una base profonda e solida, la società disciplinare, da cui dipendiamo ancora oggi”.

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