martedì 4 gennaio 2011

4 gennaio 2011 Travolti dai futures. Al 2.011% la somma dei rincari dei prodotti che usiamo ogni giorno di Nino Ciravegna, Il Sole 24 Ore

Un consiglio: non chiedete ai trader internazionali come sarà il 2011, vi verrà mal di testa, l'oroscopo mondiale delle commodity predice solo rialzi, rialzi e rialzi anche se la vecchia Europa resta in crisi e negli Stati Uniti la ripresa non decolla. Colpa della Cina, dicono loro, che compra a man bassa senza intignarsi sui prezzi. E dell'India. Si sono aggiunti il Brasile e altri paesi emergenti, il vecchio e caro Occidente, dicono, non è più il centro del mondo. È duro digerire la nuova realtà blobale, non è bello diventare marginali.

Non solo oro. Ecco gli aItri record del 2010 (di Luisanna Benfatto)

I futures corrono, è la solita speculazione, sintetizziamo noi consumatori. È un incubo, accusano gli industriali che non possono dirottare sui prezzi finali la corsa delle commodity.
Se guardate i listini internazionali, vi verrà naturale un solo proposito per il 2011: tagliare drasticamente i consumi, e questo non va bene per il Pil e non s'addice all'inizio di un nuovo anno, che esige proponimenti migliori.

Ho avuto la sventurata idea di parlare con Oliver G., un trader che sadicamente mi ha dipinto uno scenario mondiale in forte tensione. Pagheremo tanto, pagheremo tutto, forse riusciremo nell'improbo compito di riaccendere l'inflazione pur in una situazione di crisi.
Poi – listini dei futures Reuters in mano – ho vissuto una giornata tremenda, calcolando momento per momento i rincari dei prodotti della vita quotidiana, cercando di dribblare i rincari più folli, individuare i possibili risparmi. E per rovinarmi la digestione di Capodanno, ho sommato tutti gli aumenti che ho accumulato.

Un dato inquietante, un anno di corsa dei futures di una cinquantina di prodotti mi ha portato a un totale del 2.011 per cento. Un terribile presagio per questo 2011. Lo so, è un'assurdità dal punto di vista statistico, chiedo perdono ai maniaci dei numeri e agli indefessi lavoratori dell'Istat, ma ogni gioco perverso ha sempre un (piccolo o grande) fondo di verità. E questa somma che porta al 2.011% ha un forte significato economico con cui dovremo fare i conti quest'anno. Ecco il diario di una normale giornata da far tremare i polsi per colpa dei listini internazionali dei futures.

Mi alzo, ho bisogno di un caffè, la varietà Robusta mi dà la giusta botta di sveglia, bevo concentrato per assaporarlo fino in fondo visto che in un anno il future è schizzato del 52,24 per cento. Bevo amaro, lo zucchero è cresciuto del 27,61%, uso cautela con i biscotti, la farina è salita in dodici mesi del 47,41%, meglio puntare sul latte, secondo Reuters è salito solo del 10,6 per cento. Niente fiocchi di cereali (mais +64,40%). Colazione rigorosamente mediterranea, la pancetta è rincarata del 20,74%, il succo di arancia congelato (ricordate il fantastico film Una poltrona per due?) è cresciuto del 37,34 per cento.

Mangio in penombra, non voglio consumare i fili elettrici, pieni di rame (+29,95%), e le lampadine a incandescenza visto che il tungsteno ha messo a punto un +59,62 per cento.
Mi vesto facendo attenzione alla camicia, c'è il boom del cotone, +90,94% in dodici mesi, mentre il gilet di lana merino lo posso stropicciare, il future è cresciuto solo dell'11,04 per cento. Il dentifricio lo userò più tardi, il mentolo (le borse merci quotano proprio tutto) è schizzato del 103,3 per cento. Dicono che l'acqua (non quotata) sia un bene prezioso, il sapone lo è di più, soprattutto se a base di olio di palma, +51,68 per cento.

Esco carezzando le perline di pino della scala (legname da costruzione +50,44%), mi prendo la rivincita con i serramenti di alluminio, solo il 9,4% in più, anche se si guastano non è un problema, divideremo l'aumento tra condomini. Grande cautela in auto per la corsa di benzina (12,31%), acciaio (+39,60%), leghe al molibdeno (+50,91%), gomma (+53,47%). Le cromature, molto d'antan, hanno il pregio di avere avuto aumenti contenuti nel 2010, +13 per cento. Nessuna sgassata, nella marmitta catalitica ci sono palladio (+91,34%) e platino (+19,38%), le batterie pullulano di piombo (+14%).

Appena arrivo in ufficio un rapido calcolo: prima ancora di iniziare a lavorare ho già accumulato rincari per un totale di quasi il 900%, mi conviene accelerare sui guadagni per sopravvivere al peso dei futures. Abbasso i caloriferi, il gasolio è salito del 22,78%, accendo il computer, che contiene gallio, aumentato in un anno del 60,18%, è imbottito di polipropilene (+23%) e polietilene (+11,11%), richiede antimonio (+110%) per semiconduttori, diodi e circuiti integrati. Il monitor di ultima generazione deve fare i conti con l'indio (+20,97%), il cavo in fibra ottica per internet utilizza il germanio, rincarato del 48,76 per cento.

Nella meritata pausa di pranzo faccio a mente il conto dei rincari, siamo già sul 1.150% circa. Cerco di stare lontano dalla pasta - il frumento di grano tenero è arrivato a livelli impossibili (+92,38%) - e dalla carne di maiale, non per rispettare la dieta ma per l'aumento dei futures newyorkesi (+13,78%). Al cameriere raccomando di evitare spezie e condimenti, Reuters mi dà il pepe Sarawak (di cui ignoravo l'esistenza prima di leggere i listini dei futures) a +41,82% e lo zafferano a +138,13 per cento. Niente caffè, l'Arabica sarebbe ideale per digerire, ma è salita del 76,02% negli ultimi 12 mesi.

Prima di rientrare in ufficio faccio un salto dal gioielliere per una catenina d'oro, piccola piccola perché i gold futures sono cresciuti del 26,30 per cento. Mi intriga un ciondolo d'argento per mia figlia, ma desisto: il silver, zitto zitto, in un anno è balzato dell'87,79 per cento. Opto per i cosmetici, abbelliscono e hanno il vantaggio che il bismuto, uno dei componenti base, è rincarato "solo" del 22,58% in un anno.

Alle 17, noblesse oblige, una pausa per il tè. Pausa serena, il tè "best pdust" è calato del 3,62 per cento. Non ho la più pallida idea di quale tè si tratti, ma mi dicono che sia la varietà più scambiata, quella che fa il mercato e determina i prezzi. Tanto mi basta.

Torno più rilassato a lavorare, l'ufficio è protetto dall'antifurto con fotocellule ricche di selenio (+83,92%), ma in questo caso non mi impressiono, la sicurezza aziendale non ha prezzo. Mi rimetto alla scrivania, un tavolo di alto design con struttura in ferro-vanadio (+33,33%), mi godo la vista del traffico milanese attraverso i vetri supertrasparenti perché impastati con il manganese, rincarato del 21,82 per cento. Faccio un po' di operazioni con la calcolatrice che funziona con le pile al cadmio (+14,38%), poi esco. Passo dal dentista per un controllo alla protesi al titanio, rincarato del 19,31% - in questo caso non c'è da stupirsi, sui denti non si risparmia mai, indipendentemente dai fitures internazionali.

È tardi, finalmente arrivo a casa, dove metto a dieta il pappagallo: i futures dei semi di girasole sono schizzati a livelli abnormi (+94,29%). Evito di guastarmi l'umore con farina, zucchero o altre commodity, mi concedo il vero lusso della giornata, forse l'unico: un'intera barra di cioccolato fondente, il migliore senza dubbio, le quotazioni internazionali del cacao sono calate dell'8,76%, sarebbe assurdo non approfittarne. Prima di dormire butto il foglietto con tutti i rincari dei futures, una somma pazzesca, anche se ingiustificata dal punto di vista matematico, da cui detrarre i provvidenziali cali di tè e cacao. Il risultato inquietante è proprio lì, 2.011%, lo immagino anche al buio, dannazione ai cinesi.

4 gennaio 2011

Travolti dai futures. Al 2.011% la somma dei rincari dei prodotti che usiamo ogni giorno - Il Sole 24 ORE

domenica 9 maggio 2010

Lo stato dell'Unione


Ciò che è apparsa come frenesia nei mercati a parer mio corrisponde ad un disegno preciso, un progetto multifattoriale in cui non tutto era previsto accadesse con questa contiguità temporale, ma in cui sono state evidenziati gli irrisolti errori strutturali di Eurolandia .
Il progetto delle lobby Usa di puntare tutto contro la moneta unica in questo prima battaglia ha certamente funzionato .
La Grecia assistita dagli sciacalli Usa (Goldman e Moody's) poco più di un anno fa ora è stata abbandonata al suo destino con tanto di indice di colpa puntato contro dalle sale del potere d'oltreoceano, Portgallo e Spagna in questo momento stanno valutando i propri errori e le proprie capacità di resistenza, l'Italia al momento si sente esclusa da tutto ciò ma inizia a manifestare dei seri dubbi, mentre Germania e Gran Bretagna con le loro elezioni sono state impegnate in altre cose.
A godere dei fatti di questa settimana sono gli Usa, il cui $ è tornato ad essere moneta rifugio per molti investitori da tutto il mondo, che stanno convogliando risorse liquide dai mercati europei a quelli statunitensi .
Che ci sia stata speculazione contro la moneta unica è assodato, che siano stati gli Usa pure, ma che l'obiettivo sia un fallimento della zona Euro, un "system default" come annunciato da molti gufi, questo no .
Lo scossone che noi europei stiamo sentendo è la diretta conseguenza di un Europa unita solo nel nome .
Pur con tutti i difetti noti a tutti gli Stati Uniti sono un vero Stato, con un apparato di governo stabile e organizzato e capacità di gestione delle crisi ben rodate .
Ad Eurolandia la sensazione è che certe cose non siano mai state mai prese in considerazione, il sistema Europa è assolutamente troppo rigido e lento per rispondere ad un mercato sempre più avido e convulso .
Se il progetto Europa resterà fermo a questo modello allora un default sarà un'eventualità da prendere in considerazione, ma ciò di cui veramente sarebbe necessario parlare ora è una ristrutturazione dell'intero apparato decisionale e di regolamentazione di Bruxellese .
Bisogna necessariamente procedere verso un'ottica di unione e coerenza d'azione e di pensiero .
Il punto da sacrificare all'altare dell'Unione è necessariamente quello della sovranità di ogni Stato membro .
Solo con un netto trasferimento di sovranità agli organi decisionali e amministrativi Europei sarebbe possibile raggiungere un livello di efficenza di sistema stabile e duraturo .
Per far ciò è necessario un maggiore spirito europei in ogni cittadino membro, ottica questa che è molto sviluppata nei paesi poveri dell'Est ma che manca fortemente a noi cittadini degli Stati più evoluti .
Un grande paese che ragiona e agisce in 20 modi diversi, è necessariamente più debole difronte ad apparati unitari e più esperti .
L'Europa è una splendida pianta, ma una è piantina giovane che deve crescere e assolutamente deve essere rivista nelle caratteristiche della sua struttura portante .
Il Parlamento Europeo deve assumere con efficacia il ruolo che gli è stato destinato, ma per far ciò ogni Stato membro deve capire che è necessario cedere una parte importante della propria sovranità in virtù di un progetto più importante, e di conseguenza ogni cittadino dell'unione deve sentirsi parte di un disegno più ampio, dobbiamo assumerci una responsabilità maggiore, perchè essere Italiani è giusto ma ragionare da Europei sarà la svolta fondamentale nella geopolitica che verrà .
In un economia che si muove con rapidità mai vista prima, i cui cicli sembrano convulsi, in cui il tempo del pensiero e quello dell'azione spesso si sovrappongono ed in cui all'orizzonte si vedono nemici più agguerriti che mai disporre di un apparato lento e farraginoso che oltretutto non dispone di poteri decisionali adatti potrebbe rivelarsi un errore troppo grave .
Non è in atto un complotto internazionale per far fuori la moneta unica, ma una guerra per il predominio economico si e questa guerra va combatutta ad armi pari, è necessario iniziare a ragionare da Europei, in un ottica di integrazione sociale ed economica .
"Una crisi sistemica" come è stata definita da Trichet può essere affrontata in modo più efficace da un sistema compatto piuttosto che da un sistema il cui unico scopo è scovare e nascondere la propria parte di responsabilità .
Continuo ad essere convinto che chi gioca contro di noi ha capito bene i nostri punti deboli e sta concentrando in essi tutte le proprie capacità, l'unico scopo è quello di spostare la luce sui nostri problemi strutturali nascondendo le proprie incapacità e le conseguenze di una gestione sciagurata degli ultimi 20 anni in cui il capitalismo ha fatto da regola portando ad una situazione di difficile interpretazione .

Lo scopo in cui dobbiamo insistere ogni giorno è cercare di raggiungere un ottica sistemica allargata capace di abbracciare il pensiero di popoli e persone diversi tra di loro per giungere ad un Unione vera in cui il potere economico e politico del singolo diventa la vera forza di tutti .

Questo è l'obiettivo giornaliero che ogni cittadino membro dell'Unione deve porsi, oggi e domani .

martedì 4 maggio 2010

Per un pugno di Dollari.. o di Euro ?


Dall’ultimo articolo che ho scritto sono passati poco più di 10 giorni .

Dieci giorni in cui ho cercato di capire meglio cosa sta avvenendo intorno a noi e per farlo ho elaborato teorie e ragionamenti a dir poco perversi e pessimistici .

Di certo i Piigs esistono, non sono un’invenzione mediatica al pari dell’influenza suina, esistono e ne siamo parte integrante, lo dico perché da come se ne parla sembra che Grecia, Portogallo e Spagna siano lontane anni luce da noi. In realtà sono sempre convinto che la Grecia sia solamente l’inizio ( in questo sono d’accordo con la tesi di Roubini ) di una serie di dinamiche ancora lontane dall’essere sviluppate chiaramente .

Quello che assolutamente non viene fatto notare è come tra i suddetti Piigs, l’Italia sia il paese con il rapporto debito/PIL peggiore : 115 %, per rendere l’idea la Grecia fino a sei mesi fa presentava una percentuale di sicuro inferiore al 95 % .

Ma uscendo da un’ottica nazionalistica, non è lo scopo dell’articolo, la cosa che maggiormente mi preoccupa è la ben istruita campagna mediatica che segue tutto ciò .

Come una solerte squadra di boy scout, frotte di giornalisti si sono infatti lanciate sulla notizia, evidenziando come la Grecia e gli altri Paesi rappresentino un serio problema per gli equilibri dell’Unione , arrivando addirittura a paventare un possibile crollo del sistema Euro .

La notizia che in realtà stavo aspettando è arrivata oggi, l’Euro/Dollaro è infatti sceso sotto 1.30, cosa che non accadeva da molto .

I boy scout possono appendersi un’altra medaglia al petto, perché dico questo ? Perché chi ne ha tratto vantaggio è proprio il produttore della peggior cartastraccia del mondo : gli Usa, esattamente .

Questo è il punto dove volevo arrivare, l’Euro sta dimostrando tutte le sue carenza, soprattutto da un punto di vista di Governance mai ben definita , ma gli Usa e le sue grandi lobby sono riuscite a speculare sulla Grecia e il Portogallo al punto da far gonfiare il dollaro ad un livello al quale non arrivava da tempo, in perfetta coincidenza con due aste milionarie di Tbills ed una serie di risultati finanziari di rilevante importanza, ad esempio il DJ oltre gli 11.000 punti .

La mossa Usa che si delinea come strategia di medio termine è chiara, vista la pesante situazione interna che li penalizza fortemente hanno deciso di giocare all’attacco una delle più serrate e sanguinose guerre mai viste negli ultime secoli .

48 stati su 50 in debito, un Illinois in cui per ogni 2 dollari incassati ne vengono spesi 3, la svalutazione immobiliare, l’impoverimento costante e progressivo della popolazione, la seconda bolla di mutui (AARMS) in procinto di esplodere, e soprattutto 800 mln di dollari in obbligazioni da pagare alla sola Cina nel 2011-2012 sono infatti elementi troppo pesanti per permettere agli Usa la libertà di giocare in difesa in attesa dello scontro finale, da qui la decisione di attaccare tutto e tutti con ogni mezzo possibile.

Questa guerra non vedrà spargimenti di sangue, per lo meno direttamente, ma è già in atto in tutte le trading rooms del mondo , è una caccia spietata alla liquidità, l’unica fonte sicura di sostentamento nei periodi più scuri, l’unico modo di far fronte alla crisi .

Senza essere catastrofisti trovo che la seconda ondata della crisi sia inevitabile, perché i Paesi non stanno facendo assolutamente nulla per trovare una soluzione a ciò che verrà, ma stanno freneticamente raccogliendo tutto quello che trovano e che possa essere utile nel rifugio .


La battaglia è iniziata, prendete posto .

domenica 25 aprile 2010

L'equazione del mercato


Osservo il mercato tutte le settimane da prima della crisi. La prima e fondamentale cosa che non mi torna è un principio base dell'economia : "In una situazione ideale di mercato ad un aumento del valore delle azioni corrisponde un costante aumento del volume delle contrattazioni" .
In pratica se le cose vanno bene i valori dei titoli crescono e sempre più investitori avranno fiducia nel mercato ed agiranno in esso .
Il problema è che quello che vedo da un anno a questa parte mi lascia inquieto .
Stabilisco per convenzione la fine della fase più buia della crisi a Marzo '09 .
In questo lasso di tempo molti personaggi si sono esposti per affermare che la crisi è ornai passata e che il mercato si è ripreso molto bene, addirittura di pochi giorni fa la notizia che il Dow Jones ha sfondato il muro degli 11.000 punti .

Per i primi mesi dopo il grande crollo non ho notato nessuna anomalia, forse era troppo piccola, forse il sollievo che si respirava in quei giorni offuscava il ragionamento .
In ogni caso poco dopo ho iniziato a vedere dei piccoli squilibri .
L'equazione di poco prima (mercato:valore azioni = fiducia:volume) non veniva confermata .
Sebbene di settimana in settimana ai valori corrispondeva un volume in crescita questo non accadeva in un ottica intraday.
Guardando i dati giornalieri al crescere del valore delle azioni il volume saliva di troppo poco..di pochissimo per poter giustificare un mercato positivo..
Cosa significa ? Che gli investitori normali cioe' i piccoli risparmiatori ovvero tutti i normali abitanti del pianeta non hanno ancora superato la paura della crisi..ma quell'aumento di volume che si vede prendendo come ottica un trimestre e' dovuto agli investitori istituzionali.. Banche, ministeri dei tesori, hedge fund, fondi sovrani..
I quali a mio avviso stanno rastrellando il mercato per aumentare il più possibile la dote di liquidita' . Ricordiamoci che in crisi la cosa più importante e' avere liquidita' da poter spendere.
Da ciò traggo conferma che la crisi finanziaria non e' passata, ma più probabilemente siamo nell'occhio del ciclone, con una differenza, in questa fase c'è il tempo e la possbilità di correre ai ripari con le debite strategie.
Ma il mio maggior timore è che al momento gli Stati siano più interessati a raccogliere le maggiori scorte possibili piuttosto che affrontare alla base i problemi .

domenica 1 novembre 2009

Westerwelle liberale oltre i cliché

ENZO BETTIZA
La sintesi di un risultato per tanti aspetti inedito e travolgente l’ha data in due colpi precisi un giornale di Berlino: «Guido Westerwelle trionfa, Angela Merkel governa».

Lo tsunami Westerwelle, nome che in italiano potremmo tradurre «Onda dell’Occidente», è difatti la novità di punta di un’elezione che assegna al giovanile e spregiudicato leader liberale la medaglia del vincitore reale.

Mentre riconferma alla Merkel, togliendo punti ai due partiti democristiani che la spalleggiano, lo scontato bis personale alla Cancelleria e decreta, con la sconfitta di Steinmeier, la catastrofe storica della più antica socialdemocrazia europea. Completa il quadro, estremamente mosso, la notevole ma pur sempre marginale avanzata della Linke di Oskar Lafontaine e Gregor Gysi, figure di testimonianza di una «sinistra delle sinistre» che ha rastrellato voti di protesta fra gli elettori insoddisfatti dell’Ovest e quelli nostalgici dello scomparso Stato assistenziale dell’Est.

La vittoria netta di Westerwelle e del suo partito, la Fdp, Freie Demokratische Partei, emarginata per undici anni all’opposizione, ma ora balzata dal 9,8% al 15, ha tanti significati non solo sul piano politico, ma anche su quello del costume e direi perfino dell’estetica politica. Vediamo il liberalismo tedesco occidentale, che dall’epoca di Adenauer e di Erhard fino ai tempi di Brandt e di Kohl aveva esercitato la funzione dirimente dell’ago della bilancia nelle formule di governo, lo vediamo uscire da un mezzo coma e rompere a galoppo su una scena in crisi cavalcato da un personaggio anomalo, che fino all’altroieri veniva dileggiato dagli avversari come una scheggia mondana impazzita o applaudito dai seguaci ipnotizzati come un attore trasgressivo e dissacrante.

Lo ricordo nei depressi convegni liberali di fine secolo in Renania. Tentava di rivitalizzare con spericolate battute di spirito il terzo partito germanico in calo di consenso, annunciando alle platee, non so se allibite o fiocamente rallegrate, che la Fdp per rinascere avrebbe dovuto nientemeno che mimetizzarsi in una «Spasspartei»: partito dello spasso e del divertimento. S’attagliavano perfettamente all’annuncio, considerato da molti profanatorio, l’aspetto esibizionistico e il portamento pubblico anticonvenzionale del giovane segretario generale. Nell’omosessuale dichiarato, nei suoi abiti eccentrici e raffinati, nella prestanza ginnica, nelle battute ricalcate sugli aforismi di Wilde, già allora non c’era quasi nulla dell’aplomb severo dei grandi borghesi liberali come il presidente della Repubblica Walter Scheel e il pressoché inamovibile ministro degli Esteri Dietrich Genscher, che certo disdegnavano Wilde e certamente leggevano Max Weber.

Definire quindi uomo di destra un imprevedibile picaro della politica postmoderna (così direbbe lui), classificare la sua estroversa entrata nella Piccola Coalizione accanto alla materna Angela come una «svolta a destra» dell’asse politico tedesco, mi sembra alla fin fine improprio. Applicare i soliti cliché di un lessico topografico antiquato a un corridore stravagante, proteiforme e inafferrabile come Westerwelle, appare approssimativo o quantomeno prematuro. Si mescolano, in lui, un radical chic politicamente scorretto, un liberista estremo, un oppositore del fisco punitivo, un fautore dello Stato magro, attentissimo però alla questione dei diritti civili, all’ecologia ragionata, alla libertà individuale, alla protezione perfino esaltata della diversità che egli stesso non occulta e pratica apertamente, a fianco del suo compagno, nella vita privata. Lo si direbbe un miscuglio asimmetrico, radicalizzato alla tedesca, tra il miscredente Zapatero e lo spregiudicato conservatore Cameron. Per qualche altro lato può evocare più il liberalismo radicale di un Pannella che quello tradizionale di Malagodi. Se diverrà vicecancelliere e ministro degli Esteri, su certi argomenti civili, per usare il vecchio vocabolario, potrà scavalcare a sinistra la stessa Merkel, parzialmente contagiata e socialdemocratizzata dal suo ex vice Steinmeier.

Oggi appoggiano l’animale di successo la grande industria, le dame da salotto abbienti e influenti, il ceto medio benestante che deplora la tassazione eccessiva subita durante i quattro anni semiassistenzialisti del connubio cristiano-socialista. Ma l’inattesa ondata Westerwelle ha lambito e inghiottito anche il voto di ecologisti urtati dall’incontinenza ideologica dei Verdi, di molti metalmeccanici e perfino di tanti disoccupati delusi dal cerchiobottismo caritatevole della Grande Coalizione. Il sorprendente personaggio ha ribaltato le regole del compromesso storico germanico, che aveva visto fidanzarsi in senso politico, durante la campagna elettorale, la cautissima candidata Merkel e il prudentissimo candidato Steinmeier, non più rivali ma quasi complici navigati e astuti.

La punizione reattiva da parte dell’elettorato è stata esemplare e molto mirata. Hanno imbalsamato per una seconda legislatura la Merkel, hanno limato però lo zoccolo duro Cdu-Csu che la sosteneva, hanno inabissato la Spd e scartato il mito o, se vogliamo, il placebo del perfetto bipartitismo di governo. Hanno in definitiva premiato l’outsider imperfetto ma velocissimo che, da domani in poi, dovrà vedersela coi duri fatti di una crisi che continua ad attanagliare e destabilizzare con tre milioni di disoccupati il Paese più importante dell’Unione Europea.

NYC 2009, election day


Il 3 novembre 2009, la città di New York voterà per eleggere il suo prossimo sindaco. Si mormora che Michael Bloomberg, che ha rivestito questa carica per due mandati consecutivi – ed ha personalmente condotto la battaglia per modificare le leggi comunali affinché potesse candidarsi una terza volta – abbia già la vittoria in tasca.

La figura di Bloomberg, ebreo di origini russo-polacche, imprenditore di successo ed elemento politicamente trasversale (dal Partito Democratico passò nel 2001 al fronte Repubblicano, per registrarsi nel 2007 come indipendente), suscita reazioni contrastanti. Chris Smith, in un affascinante articolo sul New York Magazine, afferma che sono in molti a considerare Bloomberg una delle cose migliori a New York dopo Rudolph Giuliani. Altri accusano l’attuale sindaco di essere un manipolatore senza scrupoli, pronto a piegare i meccanismi democratici alla propria sete di successo ed al tornaconto personale. In realtà l’elettorato newyorchese, inizialmente scettico nei confronti dell’uomo che figura all’ottavo posto tra i più ricchi d’America, ha nel tempo imparato ad apprezzarlo per le sue capacità di governare la città attraverso una sapiente miscela di liberalismo sociale e di conservatorismo.

La stampa e gli intellettuali, per quanto imbarazzati dall’ingente nota spese per la sua campagna elettorale (oltre 72 milioni di dollari, più di cinque volte l’investimento che si è potuto permettere il suo oppositore Bill Thompson) e dal seppur legale colpo di mano che gli ha permesso di ricandidarsi alla poltrona più ambita della città, paiono semplicemente non riuscire ad ascrivere il fenomeno Bloomberg a un altro complotto per controllare la politica statunitense. Dopotutto, è del consiglio comunale, e non di Bloomberg, la responsabilità di aver deliberato il 23 ottobre 2008 l’estensione dell’eventuale permanenza in carica dei suoi membri, da due a tre mandati consecutivi. Anche lo stesso Smith, che palesa un evidente disagio nei confronti dell’attuale sindaco – o meglio, nei confronti della possibilità che un funzionario pubblico disponga di somme di denaro così ingenti da permettergli un margine d’azione potenzialmente illimitato –, concede in più di un’occasione che Bloomberg è in gamba, ha fatto bene. Sorprendentemente bene.

L’analisi di Smith evidenzia peraltro come alcune circostanze hanno giocato a favore dell’attuale sindaco indipendentemente dalle sue capacità, nel decretare il successo delle sue politiche. In primo luogo, a New York i personaggi di potere appartengono solitamente ad ambiti lontani dalla politica; nemmeno i gruppi asiatici, i neri o i latini hanno ancora trovato un leader carismatico intorno al quale convergere. Ciò ha reso l’ascesa di Bloomberg un cammino solitario, senza rivali degni di nota. In secondo luogo, è opportuno notare che a New York, così come all’interno di ogni altra città del mondo, gli equilibri politici ed economici vanno assumendo un carattere sempre più internazionale: una figura come Bloomberg, che in ambito pubblico così come privato sa intrattenere proficue relazioni oltreoceano, si dimostra vincente in quanto capace di andare oltre ai personalismi locali. Infine, a fronte della crisi che ha attanagliato gli Stati Uniti, il suo incredibile patrimonio ha agito in parte da garanzia, in parte da finanziamento a fondo perduto, per i progetti della città: in questo modo New York ha seguitato a crescere, o comunque non ha visto il proprio bilancio interno crollare come molte altre grandi città d’America.

D’altro canto, alcune scelte di Bloomberg si sono rivelate vincenti puramente in virtù del suo intuito politico. Gli investimenti nel settore dell’istruzione e gli aumenti salariali agli insegnanti in tempo di crisi, i cospicui fondi concessi alle grandi charities locali, la progressiva stretta sul controllo delle armi e gli aumenti delle pensioni (seppur in seguito a controlli più stringenti per limitarne gli abusi) hanno garantito al sindaco, se non l’appoggio, quantomeno la non ostilità anche dei gruppi liberal più intransigenti. D’altronde, la collaborazione di fiducia con l’NYPD, gli indubbi incentivi concessi alla piccola e media imprenditoria, le severe norme antidroga ed il proseguimento senza sostanziali modifiche del piano per ridurre la criminalità già voluto da Giuliani hanno soddisfatto anche gli elettori di destra.

In ambito economico, la volontà di porre fine alla pesante dipendenza della città da Wall Street (dipendenza che in realtà Bloomberg non è ancora riuscito a spezzare) ha fatto sì che New York potesse contare su diversi progetti attraverso ai quali rilanciare l’economia per superare le recenti difficoltà dovute alla crisi, puntando su un’immagine della città vivace e attiva dal punto di vista intellettuale, culturale e dell’innovazione. In più, i risparmi conseguiti con l’aumento delle tasse sugli immobili nei periodi di crescita hanno permesso a Bloomberg di risanare il bilancio comunale e disporre di preziose riserve dalle quali attingere in tempi più cupi. Da ultimo, le iniziative volte a migliorare le condizioni di vita dei quartieri più poveri (gli incentivi per l’apertura di negozi e mercati di frutta e verdura locali, ad esempio) hanno contribuito a promuovere un’idea innovativa di welfare che va oltre l’assistenzialismo, investendo piuttosto in programmi concreti che premiano la capacità imprenditoriale su piccola e media scala, cosicché il paese sia chiamato a “prendersi cura di se stesso” – un’idea che, tutto sommato, in America piace a sinistra così come a destra.

Neoconservatorismo, ancora una volta? Certo, gli ingredienti ci sono tutti: la politica estera decisa (Bloomberg ha appoggiato la guerra in Iraq e il Patriot Act), l’approccio del don’t ask, don’t tell sui grandi temi sociali, la mano ferma contro il crimine e tutto ciò che pone in pericolo il fragile equilibrio della collettività, le collaborazioni bipartisan, l’economia mista che favorisce l’imprenditoria ma non esita ad elargire fondi – sempre su base strettamente meritocratica – agli ambiti del sociale che più ne hanno necessità affinché essi possano reggersi sulle proprie gambe. Ciò nonostante, contrariamente ai neoconservatori, Bloomberg non è un intellettuale, uno studioso o un opinionista: è un politico, ed innanzitutto un imprenditore di successo.

Chris Smith lo paragona a Rockefeller, il grande magnate del petrolio e dell’industria statunitense che agli inizi del Novecento impegnò parte del suo denaro in iniziative a favore della comunità, sempre con il proprio indubbio tornaconto in termini di popolarità e di potere, ma con grandi risultati e benefici per la città di New York. Il controllo, o meglio, l’ascendente che il suo denaro gli permise di esercitare – direttamente ed indirettamente – rese Rockefeller una delle personalità più importanti ed influenti della vita pubblica statunitense nella sua epoca.

In realtà, lo stile di Bloomberg ricorda maggiormente il Senatore Democratico Henry Scoop Jackson, padrino politico del neoconservatorismo, che già negli anni Settanta mirò a realizzare insieme a questa persuasione il sogno di una grande Presidenza di centro. Inflessibile in politica estera, audace in economia e attivamente impegnato per la promozione della democrazia oltreconfine, Jackson si era candidato per ben due volte alle presidenziali USA, ma senza successo. Bloomberg si appresta a cimentarsi con il suo terzo mandato di sindaco; tuttavia, l’idea che aspiri alla Casa Bianca – anche come indipendente – non sembra essere nuova, né completamente sgradita, all’establishment di New York .

Alia K. Nardini

Finanza islamica


Diciamo un’altra filosofia d’investimento che prende il nome di finanza islamica e che diventa sempre più importante nel mondo, con tassi di sviluppo esponenziali: valeva 500 milioni di dollari dieci anni fa, oggi movimenta una sessantina di miliardi. Certo, ancora poca cosa rispetto ai volumi d’affari di piazze come New York o Francoforte, ma l’Islam si espande, si modernizza, impara a gestire le sue immense risorse, con le banche e i fondi sovrani, nel Golfo, in estremo oriente, ma anche in Occidente, come è emerso durante un convegno svoltosi a Milano presso la Camera di Commercio e organizzato dallo Studio Morri e Associati, a cui ho assistito e che ha riservato non poche sorprese.

Già, perchè la finanza islamica non ammette la speculazione, nè l’ingiusto arricchimento ai danni del debitore o di terzi, vieta gli interessi sul capitale e i contratti aleatori o incerti. Si basa su due principi semplicissimi. Il primo: qualunque investimento deve trovare un corrispettivo in un’attività concreta commerciale, agricola, immobiliare o industriale e dunque sono vietate partecipazioni azionarie in banche, assicurazioni, strumenti di finanza creativa. E questo spiega perchè i fondi musulmani abbiano risentito molto meno del crash provocato da Lehman.

Il secondo concetto è di buon senso: chi finanzia deve condividere il rischio con il cliente. Per chiarire: il finanziatore non può proporti un prodotto e abbandonarti al tuo destino quando le cose vanno male, come invece avviene da noi, dove la banca guadagna sulle commissioni e presta solo a fronte di determinate garanzie. Nella finanza islamica se c’è da perdere perde con te, se c’è da guadagnare, guadagna con te.

Non mancano ovviamente gli aspetti negativi: il mondo finanziario islamico si basa sulla Shaaria e che delega a un comitato di Imam il compito di decidere quali siano i settori su cui si può investire rispettando il Corano; il che non è certo rassicurante per un occidentale, nè in linea con i fondamenti di uno Stato laico ed evoluto; senza dimenticare che fino a pochi anni fa certi canali sono stati usati per sostenere il terrorismo. Inoltre, manca un mercato secondario e la storia di questi investimenti è limitata a una quarantina d’anni, dunque troppo troppo poco per averne dimestichezza.

Ma in un mondo che cerca rimedi agli eccessi provocati proprio dalla’vidità di una certa finanza (tra l’altro Obama oggi si reca in visita a Wall Street per tentare di ravvivare le promesse di una nuova regolamentazione per le banche), l’esperienza islamica fa riflettere. Un banchiere cattolico del calibro di Ettore Gotti Tedeschi, rappresentante in Italia del Banco di Santander, segue questa esperienza con favore e vede analogie con l’insegnamento di San Tommaso. «La loro esperienza ci ricorda che il denaro deve essere un mezzo per raggiungere un obiettivo concreto, condiviso, non deve mai diventare un fine in sè», ha dichiarato, condividendo con gli islamici il desiderio di una finanza che incoraggia la moderazione, deplora l’avidità ed è ancorata alla realtà.



Stefano M. Masullo è autore di 21 best seller aziendali ed è ora responsabile “Economia e Finanza” del mensile dedicato al mondo del lusso "World & Pleasure". Tiene in tutto il mondo frequenti lezioni e seminari sulla finanza, è decano dell’Università ISFOA di Lugano ed attualmente ricopre i ruoli di Segretario Generale di Assoconsulenza, Direttore Marketing di Sintesi S.p.A. e Direttore Relazioni Esterne di De Vittori S.A. , con il suo contributo entriamo maggiormente nel dettaglio di questo complesso argomento .

Il sistema finanziario islamico, ovvero il sistema di banche commerciali, banche di investimento, banche offshore operanti nel rispetto delle norme dettate dal Corano, è diventato una forza con la quale oggi il sistema finanziario convenzionale deve confrontarsi. Dalla costituzione della prima banca islamica avvenuta circa 22 anni fa, Bahrain oggi ospita 16 istituzioni finanziarie islamiche delle quali 2 sono banche commerciali, 2 sono banche offshore e 12 sono banche di investimento.
Il patrimonio totale di queste banche raggiunge la cifra di 1,6 miliardi di dollari. La dimensione globale del sistema finanziario islamico consiste in oltre 200 istituzioni con un totale di oltre 200
miliardi di dollari di fondi gestiti, una capitalizzazione degli istituti superiore ai 7 miliardi di dollari e un tasso di crescita annuale del 15% con previsioni di incremento nei prossimi anni. Il sistema finanziario islamico nel 1973 trova la sua data di nascita determinata dall’accordo tra i paesi membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica per la costituzione di una banca islamica internazionale finalizzata all’incremento dello sviluppo economico e al progresso sociale dei paesi musulmani, nel rispetto dei principi della shari’a ovvero della legge canonica rivelata dall’Islam e derivata dal Corano; nacque così nel 1975 l’Islamic Development Bank, la cui sede era a Jeddah in Arabia Saudita. Islamic Banking in Bahrain è un sistema in continua crescita e l’autorità monetaria del paese, Bahrain Monetary Agency perseguendo il fine di un consolidamento della positiva reputazione del paese come centro finanziario internazionale, ha raccomandato Alle banche islamiche operanti nel paese di aderire agli standards determinati da “Accounting and Auditing Organization for Islamic Financial Institutions (AAOIFI); Bahrain è uno dei due paesi che adottano gli standards AAOIFI, insieme al Sudan. Il trattato che regola il sistema finanziario islamico determinato da AAOIFI è l’equivalente del trattato di Basilea per la vigilanza bancaria per le banche convenzionali. AAOIFI è stata fondata nel 1991, ha la sua sede a Bahrain, è composta da 71 membri che sono banche islamiche, banche convenzionali con sezioni deputate alla finanza islamica, società internazionali di revisione di 17 paesi. A conferma del ruolo di preminenza di Bahrain nel mondo finanziario arabo anche nel settore della finanza islamica, il paese è stato scelto come sede per ospitare una nuova istituzione nata recentemente, “Islamic Agency for Credit rating”: compito dell’Agenzia sarà determinare le potenzialità delle istituzioni finanziarie islamiche e valutare il loro volume di rischio nell’ambito del mercato monetario ed è indubbio che ciò ne incrementerà la fiducia negli investitori e rafforzerà il mercato finanziario islamico nell’ambito dello sviluppo dell’intero sistema economico islamico. Nell’ambito del rispetto della Shari’a le istituzioni finanziarie islamiche non possono investire o avere interessi in comune con società i cui business
riguardino l’attività bancaria basata sul sistema degli interessi; l’alcool; il tabacco; il gioco; la
produzione, la lavorazione e la confezione del maiale; tutte le attività che rechino offesa ai principi
dell’Islam.

Il sistema bancario islamico costituisce un’alternativa al sistema bancario convenzionale
basato sul concetto di interesse. Operare secondo i precetti della Sharia aiuta il
raggiungimento degli obiettivi socio-economici della società islamica. Le banche islamiche
adottano il principio del “Mudaraba”, cioè basato sul concetto di compartecipazione sulla
fiducia, come base per i rapporti tra loro e l’investitore o il cliente depositante. Secondo
questo concetto, le banche non hanno la facoltà legale di restituire la somma investita in caso
di perdita a meno che non sia acclarato un comportamento negligente della banca o che
comunque abbia violato i termini degli accordi di “Mudaraba”. D’altra parte, quando la banca
fornisce il capitale all’investitore sulle basi di un contratto di “Mudaraba”, essa non può
richiedere la restituzione del capitale se vi è una perdita nel corso dell’investimento a meno
che da parte dell’imprenditore non vi sia stato un comportamento scorretto o abbia violato i
termine dell’accordo di “Mudaraba”. In entrambi i casi, chi ha fornito il capitale affronta il
rischio di una possibile perdita del suo investimento. Nei paesi dove esiste un sistema
bancario convenzionale e uno islamico, le banche islamiche sono soggette a varie leggi e
regolamenti. In alcuni di questi paesi le autorità monetarie trattano le banche islamiche come
“Finance House”, cioè come istituzioni finanziarie specializzate nella concessione di prestiti a
famiglie e imprese per acquisti rateali e operazioni di leasing ; in altri, le banche islamiche
sono soggette a leggi e regolamenti propri delle banche convenzionali. In qualche paese le
banche islamiche sono costitute in base a speciali decreti e non sono soggette al controllo
delle Banche Centrali. Per migliorare la legislazione regolante l’attività delle banche islamiche,
è essenziale per le autorità monetarie centrali stabilire regolamenti specifici che tengano
conto della specificità delle operazioni finanziarie effettuate da chi opera secondo i criteri
islamici. Le banche islamiche raccolgono fondi dalla clientela e forniscono a questa i normali
servizi bancari. È perciò logico e appropriato che le banche islamiche siano supervisionate e
regolamentate dall’autorità monetaria, vista la natura particolare del loro operato ;
naturalmente una specifica istituzione islamica di controllo e supervisione aumenta la fiducia
dei mercati e degli investitori nel sistema. Nelle procedure di supervisione delle banche islamiche, l’aspetto della liquidità deve essere controllato attentamente, specialmente in
assenza di prestiti interbancari e mercati secondari accettabili per la Svaria. Alle banche
islamiche generalmente è richiesto di mantenere i livelli di liquidità più alti di quelli delle
banche convenzionali. Comunque, le banche centrali e le autorità monetarie, insieme con le
banche islamiche, considerano che gli strumenti per investimenti a breve termine possano
essere sviluppati senza violare i principi della Svaria, e questo permetterà alle banche
islamiche di investire la loro liquidità in eccesso e vendere nel caso che la banca necessiti di
liquidità. Questa possibilità avrà un impatto positivo sull’economia se le banche investiranno i
loro eccessi di liquidità sui mercati interni.
Le riserve di cassa sono un’altro strumento per controllare la liquidità del mercato e ciò è
particolarmente utile per in caso di liquidazione e bancarotta per soddisfare le richieste dei
creditori.
Le banche islamiche solitamente investono i loro fondi in specifici progetti. È perciò importante che le autorità monetarie essere i grado di valutare i rischi legati a questi investimenti e invitare le banche a mantenere adeguate scorte monetarie per quei progetti di investimento che possono
presentare alti rischi o difficoltà.
L’esperienza di Bahrain Monetary Agency nei rapporti con le banche islamiche risale al 1979
quando la prima banca islamica, Bahrain Islamic Bank fu costituita, e da allora molte altre
istituzioni finanziarie islamiche si sono stabilite a Bahrain, come abbiamo visto in precedenza.
BMA ha imposto alle banche islamiche regolamenti che sono differenti da quelli delle banche
convenzionali. Fino dal 1987, BMA ha introdotto un rendiconto trimestrale prudenziale
specifico per le banche islamiche. Questi rendiconti sono usati per controllare la situazione
finanziaria delle banche islamiche e aiutare l’Agenzia nell’analisi degli indici di redditività delle
stesse, del loro livello di liquidità, delle esposizioni e dell’adeguatezza delle riserve. BMA ha
anche introdotto la richiesta della presentazione di bilanci certificati per le banche islamiche
sulla linea, nella forma e nella sostanza, di quelli presentati dalle banche convenzionali. BMA
ha anche stabilito che sia le banche islamiche che quelle convenzionali debbano aderire agli
standards internazionali di certificazione nella preparazione dei loro bilanci e che debbano
fornire lo stesso tipo di informazioni nei loro rapporti .